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Eretiche della parola: donne antimafia e bias algoritmico — il doppio silenzio che cancella le eroine

C’è una storia d’Italia che i libri di testo quasi ignorano, che Wikipedia relega ai margini e che i sistemi di intelligenza artificiale faticano a raccontare. È la storia delle donne che hanno combattuto la mafia. Alice De Simone l’ha portata alla luce con numeri alla mano — e i risultati sono imbarazzanti.

Fate questo esperimento. Chiedete a ChatGPT di nominarvi dieci persone che hanno combattuto la mafia in Italia. Il risultato è impietoso: una sola donna, Rita Atria, in decima e ultima posizione. Gemini va appena meglio: due donne su dieci, relegate agli ultimi posti. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Peppino Impastato — la lista scorre maschile, istituzionale, eroica. Eppure quelle donne esistono, hanno lottato e molte hanno pagato con la vita. Quello che Alice De Simone esplora nella sua ricerca è un fenomeno preciso legato alle “eretiche della parola: donne antimafia e bias algoritmico”: la cancellazione della memoria femminile non è solo storica, è diventata algoritmica. E un oblio che si automatizza è un oblio che si perpetua da solo, senza che nessuno debba più sceglierlo consapevolmente.

Eretiche della parola: donne antimafia e bias algoritmico — la domanda di partenza.

Lo studio parte da un dato scomodo: le donne non sono assenti dalla lotta alla mafia. Sono assenti dalla narrazione di quella lotta. La differenza tra le due cose è enorme. La prima sarebbe un fatto storico; la seconda è una scelta culturale e, sempre più, una conseguenza tecnologica.

Per capire come si costruisce questa assenza, De Simone riprende da Simmel (1911) il concetto di androcentrismo: “quasi tutti gli studi sulle donne illustrano unicamente ciò che esse sono nel loro rapporto con l’uomo; nessuno di essi si chiede che cosa siano le donne per sé”. Da Bourdieu il concetto di violenza simbolica: i pregiudizi sessisti permeano le coscienze delle stesse protagoniste, rendendo più difficile riconoscersi come soggetti politici autonomi. Da Tuchman (1978) l’analisi dei media: i mezzi di Comunicazione tendono a ignorare o banalizzare l’agency femminile, confinandola nella sfera privata o del dolore passivo. Queste tre lenti si incastrano in modo preciso: la marginalità delle donne antimafia nel racconto pubblico non è accidentale, è il prodotto di un sistema che le ha collocate fuori dalla storia — e che quando viene ingurgitato dagli algoritmi diventa ancora più difficile da correggere.

Eretiche della parola: donne antimafia e bias algoritmico — figure cancellate dalla storia.

Prima di arrivare agli algoritmi, De Simone fa il lavoro che raramente viene fatto: nominare. Una per una.

Felicia Bortolotta Impastato (1916–2004): attivista siciliana, madre di Peppino Impastato ucciso dalla mafia nel 1978. Dopo l’omicidio del figlio trasformò il dolore in impegno decennale, denunciando Cosa Nostra a viso aperto. Gemini la descrive come “attivista italiana, madre di Peppino Impastato”: la sua identità è definita in funzione del figlio. Borsellino era “magistrato”; Felicia è “madre di”.

Lea Garofalo (1974–2009): testimone di giustizia calabrese, si oppose alla ‘ndrangheta collaborando con lo Stato per denunciare la propria famiglia. Rapita nel 2009, uccisa, il suo corpo bruciato per cancellarne le tracce. ChatGPT la introduce come “donna calabrese che si oppose alla ‘ndrangheta”. Non una testimone, non una cittadina, non un’eroina civile: una donna calabrese. La sua origine geografica diventa attributo identitario primario, mentre Falcone era semplicemente un “magistrato”.

Rita Atria (1974–1992): la più giovane testimone di giustizia italiana. Collaborò con Paolo Borsellino dopo l’uccisione del padre e del fratello da parte della mafia, e si tolse la vita sette giorni dopo la strage di via D’Amelio — sola, senza più la sua protezione istituzionale. Il suo impegno civile autonomo viene sistematicamente annullato dai profili algoritmici: Rita Atria esiste nella memoria digitale solo come “la settima vittima della strage di via D’Amelio”.

E ancora: Michela Buscemi, prima donna a costituirsi parte civile al Maxiprocesso di Palermo; Vita Rugnetta, che al Maxiprocesso sfidò l’antimafia “selettiva ed elitaria”; Giuseppina Pesce, Francesca Morvillo, Serafina Battaglia. Nomi che De Simone recupera uno per uno, come chi raccoglie frammenti di una storia sistematicamente sminuzzata.

Cent’anni di lotta: tre fasi e due gesti simbolici.

La partecipazione femminile alla lotta alla mafia non nasce negli anni Novanta. Ha radici profonde che De Simone ricostruisce in tre fasi. La prima fase coincide con i Fasci Siciliani (1891–1950): partecipazione paritaria tra uomini e donne, con le attiviste sistematicamente etichettate come “donne disonorate” per il solo fatto di essersi allontanate dalla sfera domestica. La seconda fase, negli anni Sessanta e Settanta, è quella del silenzio forzato: la partecipazione femminile diventa individuale e invisibile, schiacciata dalla “zavorra del privato”. La terza fase, dagli anni Ottanta a oggi, è quella dell’associazionismo trasformativo: il trauma personale si converte in impegno civico collettivo, e nascono quelle che De Simone chiama “eretiche della parola” — soggetti capaci di attivare modalità comunicative dirompenti, che rompono con i codici ufficiali del potere.

Due gesti simbolici segnano questa terza fase. Il Comitato dei Lenzuoli (1992): dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Marta Cimino racconta — “L’ho detto, nel silenzio, a bassa voce. Poco dopo, legavo il mio primo lenzuolo: ‘Palermo chiede giustizia’. Al di là della strada, due ragazze esponevano: ‘Insieme possiamo farcela’.” Il Digiuno di Palermo (1993), nelle parole di Angela Lanza: “Il digiuno è un segno di pulizia, di trasparenza. È un segno immediatamente opposto alla violenza, alla grande avidità dei clan.” Il corpo femminile diventa manifesto politico collettivo. Tuttavia, anche queste forme di agency faticano a scrollarsi di dosso il peso della domesticità: l’impegno è legittimato solo se mediato dal ruolo materno o di cura, e a fine protesta si registra spesso un “rientro silenzioso” nel privato.

Vittime due volte: la doppia violenza e il victim blaming.

Le donne che si ribellano alla mafia subiscono due violenze. La prima è strutturale: la coercizione vissuta all’interno dei contesti mafiosi, fatta di controllo e terrore. La seconda è simbolica — riprende da Bourdieu De Simone — ed è la vittimizzazione secondaria che scatta nel momento della ribellione, con conseguente isolamento da parte della società, delle istituzioni e spesso dell’antimafia istituzionale stessa.

Lea Garofalo e Giuseppina Pesce vengono colpevolizzate per aver “tradito i legami di sangue”. Di Maria Chindamo la ricerca riporta: “la sua libertà di essere donna non le è stata perdonata”. Rita Atria paga con la vita non solo la scelta di opporsi alla mafia, ma l’abbandono istituzionale e sociale che segue la morte del suo punto di riferimento. Riprende da OPL (2021) De Simone il meccanismo dei bias: i pregiudizi sessisti, nel racconto mediatico come in quello giudiziario, portano sistematicamente all’assoluzione collettiva del colpevole e alla minimizzazione del reato. Il victim blaming non è solo una dinamica sociale: è un frame narrativo che i media ripetono — e che gli algoritmi, addestrati su quei media, finiscono per ereditare e amplificare.

Eretiche della parola: donne antimafia e bias algoritmico — il caso Wikipedia

La seconda parte della ricerca entra nel vivo dell’analisi digitale. De Simone apre la pagina della categoria italiana “Lotta alla mafia” su Wikipedia e conta. Su 130 voci, 9 sono dedicate a donne. Il 7 per cento. Il meccanismo che produce questo squilibrio ha un nome tecnico: PageRank. Le donne antimafia sono poco presenti nei giornali → hanno poche pagine Wikipedia → i loro articoli sono poco linkati → il PageRank è basso → i modelli AI le ricevono come segnale debole → nelle risposte dell’intelligenza artificiale appaiono poco o non appaiono affatto. Un circolo vizioso che si chiude silenziosamente a ogni interrogazione. Le infrastrutture digitali, conclude De Simone, “sono informate dal maschile e considerano l’esperienza femminile una ‘particolarità per derivazione'”. Il 7% di Wikipedia non è un dato anomalo: è il sedimento digitale di decenni di copertura mediatica asimmetrica, trasformato in metadato e consegnato alle macchine come norma.

Eretiche della parola: donne antimafia e bias algoritmico — l’audit sull’intelligenza artificiale.

De Simone interroga Gemini (Google) e ChatGPT (OpenAI) con le stesse domande, analizzandone le risposte sia in termini quantitativi che qualitativi. Sul piano quantitativo i risultati sono netti: Gemini include 2 donne su 10 — Rita Atria al nono posto, Lea Garofalo al decimo. ChatGPT: 1 sola donna, Rita Atria, in decima posizione. Nove uomini prima di lei.

Ma è l’analisi dei frame narrativi a rivelare la profondità del problema. Gli uomini — Falcone, Borsellino, Peppino Impastato — vengono definiti per professione: “magistrato italiano”, “giornalista e attivista siciliano”. Le loro azioni sono ancorate a valori universali: eroe, Stato, dovere, sacrificio, legalità. Le donne vengono definite per legami biologici: Felicia Impastato è prima di tutto “madre di Peppino”; Lea Garofalo è “donna calabrese”; Rita Atria è “la settima vittima della strage di via D’Amelio”. La loro agency viene ricondotta al dolore privato: agiscono “per i figli”, “dopo il lutto”, “per dare un futuro diverso alla figlia”. Mai per senso civico autonomo.

L’analisi dei campi semantici conferma e precisa questa asimmetria. Per gli uomini: coraggio, legalità, giustizia, sacrificio, Stato, eroe, memoria, dovere. Per le donne: testimonianza, denuncia, solitudine, dolore, madre/figlia/famiglia, vulnerabilità. Come sintetizza una risposta di ChatGPT citata da De Simone: “gli uomini = eroi della giustizia; le donne = vite spezzate che scelgono di parlare”. Apprezzarle per il coraggio del cuore, invece di riconoscerle come soggetti civili, è ancora un modo per tenerle fuori dalla storia istituzionale.

Un oblio automatizzato: cosa è necessario cambiare.

Le conclusioni della ricerca non concedono ottimismi facili. “La tecnologia non è uno specchio neutro: trasforma la scarsa visibilità storica in un verdetto di irrilevanza digitale.” Il problema non si risolve aggiungendo qualche nome femminile alle liste di risposta dei chatbot. I bias non stanno nei dati che mancano: stanno nei pattern linguistici che le macchine hanno imparato a replicare perché trovati nelle fonti, massicci e coerenti, su cui si sono addestrate. Vengono indicate due direzioni di lavoro. Sul piano dei contenuti: smettere di narrare le donne antimafia come “vittime del dolore” e riconoscerle come soggetti di piena cittadinanza — che hanno fatto una scelta politica autonoma, non condizionata dal lutto o dalla maternità, anche quando lutto e maternità ne facevano parte. Sul piano tecnologico: “una bonifica dei dati di addestramento” e un’ottica di genere nella progettazione dei sistemi AI, affinché la rete si trasformi “da luogo di esclusione a spazio di memoria collettiva e democratica”.

La frase con cui si chiude la ricerca vale come promemoria: “Interrogare gli algoritmi oggi significa allora svelare l’inconscio tecnologico (Vaccari 2023) che ancora ci governa: questa ricerca intende dimostrare come le lenti del passato possano inevitabilmente viziare il silenzio del futuro.” La prossima volta che chiedete a un’intelligenza artificiale qualcosa su un tema di memoria collettiva, vale la pena chiedersi non solo se la risposta è accurata, ma di chi racconta la storia. Le macchine non inventano pregiudizi: li ereditano. E se non impariamo a riconoscerli, li amplifichiamo.


Articolo tratto dal saggio “Eretiche della parola. L’agency politica delle donne contro le mafie tra oblio storiografico e bias algoritmici” di Alice De Simone, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).


Testi più citati

Simmel, G. (1911), Das Relative und das Absolute im Geschlechter-Problem. Il sociologo tedesco formula il concetto di androcentrismo: la cultura occidentale assume il punto di vista maschile come universale, riducendo il femminile a variante — un problema che nella ricerca di De Simone si trasferisce puntualmente ai database digitali.

Bourdieu, P. (1998), La domination masculine, Seuil, Paris (trad. it. Il dominio maschile, Feltrinelli). La violenza simbolica come meccanismo di dominio che agisce attraverso l’interiorizzazione: le stesse protagoniste finiscono per percepire la propria subordinazione come naturale.

Tuchman, G. (1978), Making News: A Study in the Construction of Reality, Free Press, New York. L'”annientamento simbolico” delle donne nei media — ignorarle, ridurle o confinarle nella sfera privata — un pattern che De Simone ritrova intatto nei frame generati dall’intelligenza artificiale.

Capecchi, S. (2018), La Comunicazione di genere. Prospettive teoriche e buone pratiche, Carocci, Roma. Strumenti teorici per leggere come il sistema dei media costruisce e perpetua le asimmetrie di genere, anche nei contesti apparentemente neutri come la cronaca antimafia.

Vaccari, M. (2023).Appunti di femminismo digitale #2: Algoritmi. Il testo fondante: introduce siliconizzazione, Megastruttura e Foro mancato come strumenti critici per leggere la tecnologia come infrastruttura patriarcale.