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Smascherare il normale: stereotipi di genere, corpi e algoritmi nei media digitali.
Per il corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/2026) — tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Unibo e attivo dal 2016/2017 — circa 60 partecipanti hanno scelto di sostenere l’esame con un paper e una presentazione in aula. Undici di questi studi — selezionati per la profondità dell’argomento, la ricchezza dei materiali raccolti (interviste, rassegne stampa, audit algoritmici(1)) e la qualità dell’esposizione — compongono questa rassegna.
C’è una scena che si ripete, in forme diverse, in tutte le ricerche raccolte in questo corpus. Una donna entra in uno spazio che non è stato pensato per lei. Lo spazio la guarda. La valuta. Decide quanto la tollera e a quale prezzo. E lei — questa è la cosa che queste ricerche non smettono mai di documentare — non si limita a subire: negozia, resiste, trova le fessure, costruisce contropratiche. A volte riesce. A volte il prezzo da pagare è troppo alto. Quello spazio può essere una palestra di boxe a Gaza o di muay thai a Bologna. Può essere una sessione di Douyin dove le creator cinesi imitano e rovesciano i gesti maschili che per anni erano rimasti senza nome. Può essere la pagina Wikipedia sull’antimafia dove il 7% dei link rimanda a una donna. Può essere un bar queer di Bologna dove nemmeno gli spazi che si dichiarano liberatori sono davvero privi di gerarchie.
Che si parli di genere e media digitali o di corpo fisico e territorio, il dispostitivo è sempre lo stesso: è il patriarcato che impara a parlare il linguaggio del codice senza perdere nulla della sua antica forza. La domanda che percorre questo corpus non è semplicemente “come viene discriminato nei media e nella Comunicazione chi non corrisponde al soggetto normativo — donna, persona queer, bambine, corpo non conforme?”. Questa domanda è già stata posta molte volte, risolta molte volte, dimenticata molte volte. La domanda più difficile — quella che affiora nelle ricerche più originali — è un’altra: come funziona il sistema che produce quella discriminazione? Da dove viene, come si riproduce, attraverso quali meccanismi si rende quasi invisibile agli stessi occhi che dovrebbe colpire?
Smascherare il normale: il corpo è il primo campo di battaglia.
Partiamo dal corpo e dalla sua fisità. Negli studi di Giorgia Pistorio, Noemi Pollicina, Chiara Ruggiero ,Martina Rizzoli, Nicole Albertini, il corpo femminile appare come il primo spazio di negoziazione del genere — non in senso metaforico, ma fisicamente, tangibilmente. Il corpo viene guardato, classificato, lodato o deriso, esposto o velato, sessualizzato o neutralizzato secondo logiche che non dipendono mai dalla donna stessa ma dagli sguardi e dalle persone che la circondano.
Il corpo femminile come “territorio di conquista” — questa è l’espressione più diretta che Pistorio usa nella sua analisi del Femminismo Terrone — è però una metafora che va precisata. Il territorio non è solo il corpo in senso anatomico: è il corpo situato in un luogo, con un accento, con un passato di colonizzazioni sovrapposte. La donna meridionale è colonizzata due volte: come donna dal patriarcato, come meridionale dall’antimeridionalismo settentrionale. Queste due oppressioni non si sommano semplicemente — si moltiplicano, producono qualcosa di specifico che non può essere capito guardandole separatamente. È l’intersezionalità non come concetto astratto ma come esperienza vissuta: la datrice di lavoro che dice “Tu sei proprio la classica donna siciliana”, il commento che in tre parole comprime secoli di costruzione dello stereotipo. L’orientalismo interno — la costruzione del Mezzogiorno come “Altro” esotico, arretrato, sessualmente incontrollato — ha una storia lunga che Pistorio ricostruisce con cura, da Montesquieu (che nel 1748 attribuiva ai climi caldi una tendenza all’asservimento) fino alla cultura di massa contemporanea. Il film Malèna di Tornatore, con Monica Bellucci che cammina per le vie di un paese siciliano senza aprire mai davvero bocca — che cammina e basta, perché camminare è tutto ciò che le viene richiesto — è il paradigma: il corpo della donna meridionale come pura superficie visiva, come territorio da desiderare o da punire, mai da ascoltare. Parthenope di Sorrentino (2024) ripropone la stessa dicotomia geografica: al Sud la protagonista si perde in esperienze “balorde”; si trasferisce al Nord e lì diventa una donna in carriera, come se il viaggio verso settentrione fosse una catarsi, un riscatto morale. I dati del questionario di Pistorio (83 donne, 18-60 anni) confermano che questo messaggio è arrivato e ha fatto danni: il 59% percepisce un’ipersessualizzazione del corpo femminile meridionale nella cultura di massa. Quasi tutte le donne meridionali migrate al Nord riportano di aver subito sistematicamente l’imitazione caricaturale del proprio accento — un fenomeno che Pistorio chiama mimetismo, che funziona come marcatore di inferiorità culturale. Si nasconde l’accento non per vergogna ma per autodifesa: per non dare agli altri uno strumento in più con cui classificarti e sminuirti, specialmente nei contesti professionali dove, come donne, si fa già più fatica.
La galanteria — apparentemente lontana da queste dinamiche di oppressione — appartiene allo stesso ordine di fenomeni. Lo studio di Pollicina prende un oggetto che sembra banale — aprire la portiera, pagare il conto al ristorante, cedere il passo — e lo riporta alla sua genealogia: l’amor cortese medievale, il Cortegiano di Castiglione, la corte di Luigi XIV dove la galanteria diventa codice di potere aristocratico, la borghesia ottocentesca che ne fa norma domestica dell'”angelo del focolare”. Pollicina mobilizza la teoria del sessismo ambivalente di Peter Glick e Susan Fiske (1996) per mostrare che la galanteria non è cortesia neutrale: è sessismo benevolo, quella forma sottile di discriminazione che si presenta come premura, rispetto, tutela, e per questo è particolarmente resistente alla critica. Il sessismo ostile — quello esplicito, aggressivo — è relativamente facile da riconoscere e condannare. Il sessismo benevolo ti fa sentire protetta, adorata, “messa su un piedistallo”. La metafora della “gabbia dorata” che Pollicina usa è perfetta: ci si sente privilegiati mentre si è imprigionati. La Generazione Z, nelle interviste in profondità condotte da Pollicina, mostra una consapevolezza critica reale: molti giovani riconoscono la componente asimmetrica nei gesti galanti. Ma faticano a rinunciarvi. Il sessismo benevolo è interiorizzato profondamente, da chi lo esercita e da chi lo riceve, perché è stato codificato per secoli come norma di civiltà. Smontarlo richiede non solo consapevolezza intellettuale ma un lavoro emotivo e culturale che le singole persone faticano a sostenere da sole. Questo è uno dei paradossi irrisolti che attraversa tutto il corpus: sapere non basta. La coscienza critica è condizione necessaria ma non sufficiente.
Sul versante opposto c’è il corpo delle bambine. Chiara Ruggiero ha analizzato il fenomeno delle Sephora Kids: bambine tra gli 8 e i 12 anni che acquistano creme anti-age, costruiscono routine di skincare, si filmano allo specchio su TikTok mostrando scaffali pieni di prodotti per adulte. Il “mito della bellezza” di Naomi Wolf — che già negli anni Novanta aveva identificato come gli standard estetici si intensificassero proprio mentre le donne guadagnavano autonomia — ha trovato una nuova frontiera nell’infanzia. L’algoritmo di TikTok non distingue tra un’adulta e una bambina di nove anni: amplifica ciò che genera engagement, e le bambine che mostrano collezioni di prodotti con ironia o fierezza generano esattamente il tipo di calore affettivo che il sistema premia. Il 27 marzo 2026, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato istruttorie contro Sephora e Benefit per promozione di cosmetici adulti a minori: i regolamenti arrivano sempre in ritardo rispetto agli immaginari che li hanno resi necessari.
Martina Rizzoli sceglie un angolo di osservazione particolarmente rivelatore: le palestre di sport da combattimento — i MACS (Martial Arts and Combat Sports) — spazi fisici sudati e rumorosi, dove il corpo viene addestrato a colpire e a resistere ai colpi. La teoria femminista insegna che il genere non è qualcosa che si ha ma qualcosa che si fa — è il Doing Gender di Candace West e Don Zimmerman, è la performatività di Judith Butler — ma questi concetti acquisiscono una concretezza diversa quando si guarda una donna che indossa i guantoni e si prepara allo sparring (il combattimento di allenamento) in una sala piena di uomini. Lo studio di Rizzoli è costruito su un confronto che ha la qualità delle buone domande: due contesti estremi, Gaza e Bologna, lo stesso gesto sportivo. A Gaza, Reema Abu Rahma ha fondato l’associazione Gaza Boxing Women anni prima che l’assedio israeliano del 2023 ne distruggesse la sede. Dopo il 7 ottobre, il club fisico è sparito ma il collettivo no: le atlete si riuniscono tra le tende dei campi sfollati, allevano una pratica che è diventata qualcosa di completamente diverso dalla semplice attività sportiva. Nelle parole che Abu Rahma ha consegnato a Rizzoli durante l’intervista, c’è una frase che merita di essere portata qui: “It wasn’t the club or the material or anything. It was us. The women, the girls and the relationship together. How we stayed. Solidarity and sisterhood. That kept us going […] This is resistance. Real resistance.” Quelle parole potrebbero stare come epigrafe a tutti gli studi di questo corpus. A Bologna, le otto praticanti della palestra Muay Thai Boran vivono qualcosa di strutturalmente diverso: sicurezza personale, gestione emotiva, autonomia corporea come strumento di vita quotidiana. Entrano in palestra con eccitazione e spensieratezza, escono con spensieratezza unanime (100% del campione) e senza ansia, rabbia o paura. Lo sport da combattimento ha funzionato da regolatore emotivo, da spazio di autodeterminazione. Eppure anche qui la negoziazione non sparisce: il comfort con lo sparring (il combattimento di allenamento) è massimo quando l’interlocutore è un’altra donna (75% al livello massimo), e diminuisce quando è un uomo. La differenza non è drammatica, ma è lì, visibile nei dati, a ricordare che anche dentro questo spazio teoricamente egualitario le asimmetrie di genere continuano a operare come sfondo.
Infine Nicole Albertini ha analizzato il “maschio performativo” — quell’archetipo social del ragazzo con borsa di tela, matcha latte e libro femminista che ha conquistato i feed nel 2025 prima di diventare bersaglio di meme. La domanda del suo studio è scomoda: quando un uomo eterosessuale adotta simboli culturalmente associati al mondo femminile o queer, perché anche il pubblico progressista reagisce con ironia o sospetto? Etichettare come “performativa” qualsiasi apertura del genere maschile verso certi simboli significa rinforzare esattamente gli stereotipi che si vorrebbe smontare: dire che un uomo ascolta Lana Del Rey “solo per sembrare interessante” implica che Lana Del Rey sia, per natura, una cosa da donne. La sfida, scrive Albertini, è costruire per il genere maschile un linguaggio autentico che permetta di decostruire il patriarcato davvero, non come strategia di seduzione.
Smascherare il normale nell’algoritmo: quando il bias diventa infrastruttura.
Se il corpo è il primo territorio di negoziazione del genere, il secondo è fatto di algoritmi, piattaforme, interfacce, dataset. Ed è qui che gli studi di questo corpus mostrano la loro portata più originale: non si limitano a documentare che le donne sono poco visibili o male rappresentate nei media digitali, ma analizzano come quella invisibilità viene prodotta, attraverso quali meccanismi tecnici e culturali si riproduce ogni giorno, con quale grado di automatismo raggiunge risultati che nessuno ha esplicitamente deciso.
Alice De Simone ha fatto una cosa semplice e devastante: ha aperto la pagina Wikipedia “Lotta alla antimafia” e ha contato. Centotrentadue link. Nove rimandano a donne. Il sette per cento. Non è una percentuale che qualcuno ha deliberatamente programmato: è il risultato di decenni di storiografia androcentrica che ha definito la resistenza alle mafie come impresa maschile, pubblica, istituzionale, e ha relegato le donne al ruolo di comprimarie — madri di vittime, sorelle di eroi, figure di contorno. Wikipedia si è limitata a ereditare quella distorsione e a renderla digitale, quindi permanente, ricercabile, autorevole. Ma De Simone va oltre la constatazione: testa i modelli di intelligenza artificiale generativa — Gemini e ChatGPT — sullo stesso tema. I risultati sono ancora più significativi: quando si chiede alle IA di nominare i principali protagonisti della lotta antimafia, le donne non compaiono nelle prime posizioni o non compaiono affatto. E quando le si sollecita esplicitamente, la descrizione cambia registro: gli uomini vengono presentati per il loro ruolo e la loro professione, le donne attraverso le relazioni familiari — la madre di, la moglie di, la sorella di. Non c’è soggettività: c’è parentela. Ciò che era pregiudizio storico diventa, attraverso l’algoritmo, fatto oggettivo. E l’oggettività è molto più difficile da contestare del pregiudizio dichiarato: un umano che afferma “Lea Garofalo era meno importante di Giovanni Falcone” può essere contraddetto; un motore di ricerca che la posiziona alla millesima pagina dei risultati è solo un’infrastruttura tecnica che non ha opinioni.
Marta Ferrato lavora su un piano simile ma con un oggetto diverso: la visibilità politica delle donne sulle piattaforme digitali, attraverso il caso di Silvia Panini, politologa e attivista candidata alle elezioni europee del 2024. Il vocabolario che Ferrato costruisce nel corso dello studio è uno dei contributi teorici più originali dell’intero corpus: “tassa di genere digitale” (il surplus di lavoro identitario richiesto alle donne per essere visibili online), “siliconizzazione della politica” (il processo per cui le piattaforme impongono alle donne politiche norme di performance che privilegiano corpi, voci e stili maschili), “double bind algoritmico” (la trappola in cui una donna politica si trova quando è troppo femminile per essere presa sul serio e troppo “maschile” per essere percepita come autentica), “de-siliconizzazione del sé” (le strategie di resistenza attraverso cui Panini cerca di mantenere un’identità politica autentica fuori dai vincoli della piattaforma). L’audit su Canva AI che Ferrato conduce mostra qualcosa di preciso: quando viene chiesto di generare l’immagine di un “politico”, lo strumento produce prevalentemente figure maschili o, quando produce figure femminili, le inserisce in pose che evocano estetica rassicurante piuttosto che autorità politica. Non è una decisione consapevole: è il risultato di dataset fotografici costruiti su decenni di Comunicazione politica in cui le donne erano eccezione e gli uomini norma. Il “male gaze nel Web” — la categoria con cui Ferrato estende il concetto mulveyano allo spazio digitale — non è lo sguardo di un singolo uomo che guarda: è la struttura di visibilità che le piattaforme hanno ereditato e codificato.
Cecilia Nicosia porta il ragionamento in un contesto apparentemente liberato: gli spazi queer. Il suo studio parte da un’intuizione scomoda — che nemmeno negli ambienti che si dichiarano inclusivi le gerarchie di genere scompaiono — e la verifica empiricamente con un questionario qualitativo a dodici partecipanti con identità queer deliberatamente eterogenee: donne cis bisessuali e lesbiche, un uomo trans pansessuale, un uomo queer transmasc, una persona non-binary butch, un uomo cis gay con estetica gender-nonconforming. La composizione del campione è già di per sé un argomento: includere queste identità significa rifiutare l’idea che “la comunità queer” sia un’entità omogenea con gli stessi bisogni e le stesse esperienze. Quello che emerge è quell’intuizione: le persone trans e non-binary, i soggetti bisessuali, le identità meno conformi alla norma lesbica/gay mainstream sperimentano forme di marginalizzazione anche nei terzi luoghi queer. Sul piano digitale, Nicosia documenta il fenomeno dello shadow-banning — la soppressione algoritmicamente invisibile dei contenuti queer — e mostra che colpisce in modo differenziale: i contenuti trans e non-binary vengono penalizzati più di quelli che riproducono la norma gay o lesbica più mainstream. L’algoritmo non discrimina per malevolenza: discrimina per apprendimento. Questa cecità non lo assolve — lo rende più difficile da contestare.
Dalla violenza di genere al sex work: rappresentazioni e logiche dell’engagement (coinvolgimento).
Veronica Bartomeoli porta il problema della visibilità algoritmica al suo punto più brutale: il femminicidio. La sua analisi della copertura mediatica del caso Chiara Poggi — attraverso la SERP di Google e i contenuti generati dagli utenti su Instagram — introduce due concetti che meritano di circolare fuori dall’ambito accademico. La “siliconizzazione dell’informazione”: l’adattamento della notizia alle logiche delle piattaforme, con la gerarchia dei contenuti che smette di rispondere a criteri di utilità pubblica e inizia a rispondere all’engagement. La “mercificazione digitale del femminicidio”: la trasformazione della morte di una donna in contenuto emotivamente attrattivo, soggetto alle stesse logiche di qualsiasi altro prodotto di intrattenimento. Il titolo dello studio — “Inconsciamente eseguibile” — cattura questa automaticità con precisione: l’algoritmo esegue istruzioni che incorporano bias senza che né chi li programma né chi li usa ne sia pienamente consapevole. L’algoritmo non sa di riprodurre il victim blaming: lo esegue.
Un meccanismo diverso ma strutturalmente analogo emerge dallo studio di Clara Cavallone sulle rappresentazioni del sex work nella Generazione Z. La sua operazione più rivelatrice è semplice: chiedere a ChatGPT di definire il “sex work” — risposta: autonomia, consenso, dignità, diversità — e poi chiedere l’immagine di una sex worker — risposta: donna seminuda di notte su un marciapiede. Lo stesso sistema produce definizioni inclusive e immagini archetipiche che le contraddicono punto per punto. Le dieci interviste in profondità condotte da Cavallone con giovani tra i 22 e i 29 anni mostrano lo stesso doppio livello: a parole riconoscono l’asimmetria e usano il lessico della legittimazione, ma d’impulso producono esattamente le immagini che il sistema ha loro insegnato. La donna emerge sempre come oggetto dello scambio, mai come soggetto che promuove o consuma. Nessuno degli intervistati ha mai proposto l’immagine di una donna come cliente. La logica del diritto sessuale maschile è talmente sedimentata da non essere più percepita come ideologia: è diventata grammatica.
Contro-pratiche: parodia, antimafia e femminismi del Sud.
Eppure la resistenza c’è. Nonostante tutto, attraverso tutto, a volte grazie alle stesse strutture che avrebbero dovuto soffocarla. E gli studi di questo corpus la documentano con una cura metodologica che non cede al romanticismo.
Meng Lin ha analizzato un fenomeno esploso su Douyin — la versione cinese di TikTok — nel 2023: video in cui creator donne imitano e parodiano i comportamenti del “maschio oleoso” (younan in cinese: quella mascolinità eccessivamente performativa, l’occhiatina insistente, la mano che si aggiusta i capelli con autoconsapevolezza). La frase-slogan che sintetizza il fenomeno — “Walk men’s path and leave men with nowhere to go” — ha la struttura di un judo: usa la forza dell’avversario per rovesciarlo. Non si oppone frontalmente alla mascolinità egemone, la imita, la esagera, la porta alle sue conseguenze logiche. La ripetizione, usata diversamente, produce effetti diversi: se il genere si produce attraverso la routine performativa, la parodia della routine produce un’interruzione critica nel ciclo. Butler non aveva torto sulla performatività; le creator di Douyin l’hanno semplicemente applicata in modo inaspettato. Ciò che aggiunge valore allo studio di Meng Lin è l’analisi delle sezioni dei commenti come spazi di elaborazione collettiva. I commenti “this is too real”, “you couldn’t say these things without dating at least thirty terrible men”, “when I used male logic in a relationship, he said I didn’t truly love him” non sono semplici approvazioni: sono atti di riconoscimento, di traduzione di esperienze private in linguaggio pubblico. Questo è il meccanismo fondamentale dei contro-pubblici subalterni di Nancy Fraser: uno spazio dove i vissuti privati vengono articolati come discorso, diventano comunicabili, comparabili, collegabili a strutture più ampie di oppressione. La sezione dei commenti di un video parodistico su Douyin è un contro-pubblico improbabile, precario, facilmente manipolabile dall’algoritmo. Ma funziona, almeno parzialmente.
Lo studio di Pistorio radica la resistenza nella storia più lunga. Franca Viola che nel 1966 rifiuta il “matrimonio riparatore” — prima donna in Italia a farlo, a diciassette anni, in un paese del palermitano — è la prova che la resistenza terrona ha una tradizione che precede qualsiasi piattaforma digitale. Rosa Balistreri che canta di amore e morte e povertà con una voce che non si preoccupa di essere graziosa. E il collettivo Malafimmina, che in Sicilia porta avanti ancora oggi una critica femminista e queer ai modelli di relazione, potere e sviluppo della modernità coloniale, capitalista e razzista. Non è lo spazio fisico che crea il collettivo: è il collettivo che crea lo spazio, e lo può ricreare altrove quando il primo viene distrutto. Lo dimostra anche la Gaza Boxing Women di Rizzoli: “It is an idea. The idea is going on. Whether the place is there or not.”
I collettivi e i linguaggi simbolici che De Simone recupera nella storia delle donne nell’antimafia appartengono alla stessa logica. Il Comitato dei Lenzuoli che appende lenzuola bianche ai balconi di Palermo dopo le stragi del 1992, l’Associazione donne per il digiuno, le testimonianze di Lea Garofalo e Rita Atria: sono tutte pratiche che lavorano nell’interstizio tra il silenzio imposto e la parola impossibile. Il lenzuolo che si appende non ha bisogno che qualcuno lo autorizzi: è un gesto che chiunque può fare, che non richiede risorse materiali, che funziona per accumulazione. Quando centinaia di lenzuola compaiono ai balconi di una città, qualcosa cambia nell’aria anche senza che nessuna dichiarazione ufficiale l’abbia ratificato.
Non basta smascherare il normale : visibilità e cambiamento sono cose diverse.
C’è un paradosso che percorre tutti gli studi e che vale la pena nominare senza cercare di risolverlo troppo in fretta: la visibilità non è necessariamente liberazione.
De Simone mostra donne che hanno pagato con la vita la propria visibilità — Lea Garofalo, Rita Atria — e sono comunque scomparse dalla memoria pubblica, o sopravvivono nella narrazione solo attraverso le relazioni familiari con i padri, i mariti, i figli uccisi dalla mafia. Non erano invisibili: erano spesso in prima fila. Il problema era che la narrazione dominante non aveva le categorie per descriverle come protagoniste autonome. Lo stesso meccanismo che produce il 7% di Wikipedia aveva già operato sul terreno, decidendo chi meritava di essere ricordato come eroe e chi come appendice.
Bartomeoli mostra che la visibilità mediatica del femminicidio — nel caso Chiara Poggi enorme, prolungata, invasiva — non ha prodotto giustizia o comprensione strutturale: ha prodotto intrattenimento emotivo, ha confermato il dispositivo della “vittima ideale”, ha generato engagement. La spettacolarizzazione del femminicidio non è una distorsione del sistema mediatico: è il sistema che funziona come dovrebbe, solo che “come dovrebbe” in un sistema capitalista significa massimizzare il clic, e il dolore delle donne è da sempre un contenuto ad alto rendimento emotivo. Il “newsearching” degli utenti Instagram sul caso Poggi non rompe questa logica: la alimenta.
Meng Lin pone lo stesso problema in modo acuto: le creator di Douyin che parodiano la mascolinità ottengono milioni di visualizzazioni. Ma quella circolazione avviene dentro la piattaforma, attraverso i meccanismi di engagement della piattaforma, che amplificano i contenuti più emotivamente risonanti indipendentemente dal loro contenuto critico. La parodia funziona come critica, ma funziona anche come formato. Fino a che punto la critica culturale che circola attraverso le piattaforme resta critica, e fino a che punto viene digerita e trasformata in intrattenimento?
Non ci sono risposte certe. Ma ci sono alcune indicazioni che si ricavano leggendo questi studi insieme. La prima è che il cambiamento reale ha richiesto storicamente la copresenza di analisi e comunità: le boxeur di Gaza non sopravvivono grazie alla tecnica sportiva ma grazie alla “solidarietà e sorellanza” che Abu Rahma cita come motore fondamentale. La seconda è che i meccanismi tecnici non sono neutri ma non sono nemmeno immutabili: i bias algoritmici documentati da De Simone, Ferrato, Nicosia e Bartomeoli sono stati costruiti da umani su dati prodotti da umani, e possono essere costruiti diversamente. Non basta aggiustare il dataset: bisogna capire da dove vengono i dati e chi li ha prodotti, e questo richiede storia, non solo tecnica. La terza, forse la più difficile da tenere ferma, è che il cambiamento richiede la disponibilità a stare con la contraddizione senza risolverla prematuramente: Pistorio mostra tre donne meridionali che riproducono gli stereotipi che vogliono decostruire, Meng Lin mostra creator che usano le logiche della piattaforma per criticarle, Nicosia mostra comunità queer che replicano le gerarchie di genere che dichiarano di combattere, Pollicina mostra una generazione che riconosce il sessismo della galanteria ma continua a praticarla. Queste contraddizioni non sono fallimenti: sono la forma normale in cui il cambiamento avanza, a singhiozzi, con ricadute, attraverso compromessi necessari.
C’è infine un paradosso strutturale che questi studi, presi insieme, mettono in luce con una chiarezza che nessun singolo avrebbe potuto raggiungere da solo. Il digitale non ha rotto con il passato: lo ha ereditato e accelerato. Le stesse distorsioni che erano nel pensiero di Montesquieu nel 1748 sono nei dataset su cui vengono addestrati i sistemi di IA nel 2026. Questo è uno degli argomenti più forti per prendere sul serio la critica strutturale: non basta aggiustare il dataset, bisogna capire da dove vengono i dati e chi li ha prodotti.
Smascherare il normale è la frase-slogan delle creator di Douyin che Meng Lin cita — “Walk men’s path and leave men with nowhere to go” — letta come manifesto metodologico dell’intero corpus. Non si tratta di occupare gli spazi maschili per escludere gli uomini. Si tratta di percorrere la strada di chi ha definito le regole del gioco con una tale precisione critica da rendere quelle regole impossibili da non vedere. Darle un nome, misurarle, confrontarle tra contesti diversi — dalla Cina all’Italia, da Gaza a Bologna, dagli spazi fisici delle palestre agli algoritmi invisibili delle piattaforme — è già il primo passo. Il terzo — cambiare quelle regole — è fuori dalla portata di qualsiasi singolo studio. Ma senza i primi due passi, non comincia mai.
Lottare affinché nessuna donna debba più dire, come scrive Pistorio nell’ultima frase del suo studio: “ma sai da noi come funziona… cosa ci possiamo fare…” Quella rassegnazione — quella frase che si chiude su se stessa come una porta, che trasforma una struttura storica in destino personale — è esattamente ciò contro cui smascherare il normale si batte. Non con la certezza di vincere. Con la necessità di non smettere.
Rassegna dei paper del corso di Comunicazione e Genere, A.A. 2025/2026, Università di Bologna, Laurea Magistrale in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa.
Paper delle studentesse
Rizzoli, M. (2026), Sport da combattimento e Genere: Gaza e Bologna a confronto. Analisi comparativa delle pratiche sportive femminili nei MACS (Martial Arts and Combat Sports) in due contesti radicalmente diversi — una zona di conflitto e una città universitaria italiana.
Pollicina, N. (2026), La galanteria come sessismo benevolo: un’analisi generazionale. Ricerca sulla percezione dei gesti galanti nella Generazione Z, con riferimento alla teoria del sessismo ambivalente di Glick e Fiske (1996).
Pistorio, G. (2026), Femminismo Terrone: intersezionalità e corpo meridionale. Analisi del frame culturale “Femminismo Terrone” attraverso questionario quantitativo su 83 donne e analisi della rappresentazione mediatica del corpo femminile meridionale.
De Simone, A. (2026), Donne nell’antimafia: bias algoritmico e storiografia androcentrica. Audit di Wikipedia e test dei modelli di IA generativa (Gemini, ChatGPT) sulla rappresentazione delle donne nella lotta alla criminalità organizzata.
Ferrato, M. (2026), Tassa di genere digitale: le donne politiche sulle piattaforme. Studio di caso su Silvia Panini, candidata alle elezioni europee 2024, con audit di Canva AI e analisi del “double bind algoritmico”.
Nicosia, C. (2026), Spazi queer e gerarchie invisibili: un’analisi qualitativa. Questionario a dodici partecipanti con identità queer eterogenee sulla riproduzione delle gerarchie di genere negli spazi fisici e digitali dichiaratamente inclusivi.
Meng Lin (2026), Parodia della mascolinità su Douyin: critica di genere nei media digitali cinesi. Analisi dei video di parodia della mascolinità sulla piattaforma Douyin come forma di contro-pubblico subalterno e critica performativa del genere.
Bartomeoli, V. (2026), Femminicidio e social media: il caso Chiara Poggi su Instagram. Analisi dei meccanismi di engagement e spettacolarizzazione della violenza di genere sulle piattaforme digitali.
Cavallone, C. (2026), Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work: un’indagine qualitativa sulla Generazione Z. Ricerca qualitativa sulle rappresentazioni del sex work nella Generazione Z, con analisi delle narrazioni simboliche attraverso cui i giovani costruiscono il proprio immaginario sul lavoro sessuale.
Ruggiero, C. (2026), Infanzia e modelli di genere: le bambine tra TikTok e il mito della bellezza. Analisi dell’esposizione delle bambine ai modelli di genere e agli standard estetici veicolati dalla piattaforma TikTok, con focus sul ruolo dei social media nella costruzione precoce dell’identità di genere.
Albertini, N. (2026), Chi è il “maschio performativo”? Un nuovo modello di maschilità nei media digitali. Analisi dei commenti su Pinterest, Instagram e TikTok sul fenomeno del “maschio performativo”, con confronto con la figura della “pick me girl” e riflessione sui bias di genere nella valutazione dei comportamenti di ricerca di validazione.
(1) Materiali d’indagine utilizzati
- Interviste in profondità
- Questionari quantitativi e qualitativi
- Audit di piattaforme (Wikipedia, Canva AI)
- Test su modelli di IA generativa (ChatGPT, Gemini)
- Analisi di video su TikTok e Douyin
- Analisi della SERP di Google
- Analisi di contenuti su Instagram
- Studio di caso su figura pubblica
- Analisi di prodotti culturali (film, musica, reality show)
- Analisi delle sezioni commenti come spazi di elaborazione collettiva.
