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Spazi queer e gerarchie di genere ma anche come funziona il potere dentro la comunità queer stessa — quando l’inclusione ha un limite interno.
Il gay club è uno spazio di liberazione. Ma per chi? Una ricerca che prende sul serio questa domanda scopre che anche gli spazi costruiti contro l’esclusione possono riprodurre gerarchie — di genere, di corpo, di identità. E che il problema più difficile da nominare è quello che sta dentro casa propria.
Immaginate di aver trovato, finalmente, il vostro posto. Un centro LGBTQ+, un collettivo transfemminista, una community online queer. Uno spazio dichiaratamente sicuro, costruito da chi ha conosciuto l’esclusione per fare qualcosa di diverso. E poi, lentamente, cominciate ad accorgervi di una cosa: anche lì, certi corpi contano di più. Certi pronomi vengono rispettati meno. Certe identità — bisessuale, non-binary, transmasc — sembrano richiedere una giustificazione che non viene mai chiesta agli uomini gay. La ricerca di Cecilia Nicosia indaga esattamente questo: spazi queer e gerarchie di genere ma anche come funziona il potere dentro la comunità queer stessa. Lo fa combinando un solido quadro teorico con un questionario qualitativo somministrato a dodici persone, le cui voci attraversano l’intero lavoro come contrappunto empirico alla teoria.
Dal third place al thirdspace: quando uno spazio diventa luogo di resistenza.
Per capire gli spazi queer bisogna prima capire cosa trasforma un luogo anonimo in un luogo abitabile. Il sociologo americano Ray Oldenburg ha coniato l’espressione third place — terzo luogo — per descrivere quegli spazi pubblici collocati al di fuori della casa e del lavoro: il bar, la libreria, la piazza. Luoghi in cui le gerarchie vengono temporaneamente sospese e il senso di comunità si costruisce nella quotidianità. Un’idea utile, ma con un punto cieco: il third place oldenburghiano è apolitico. Non si chiede chi ne sia storicamente escluso, né come il genere o la sessualità ne condizionino l’accesso.
Riprende da Henri Lefebvre Nicosia per mostrare che lo spazio non è mai neutro: è un prodotto storico e politico attraversato da rapporti di potere. Da questa base, Edward Soja sviluppa il concetto di thirdspace — uno spazio simultaneamente reale, immaginato e vissuto, in cui le soggettività marginalizzate trovano la possibilità di resistere e produrre narrazioni alternative. Il gay club, il centro comunitario LGBTQ+, il collettivo transfemminista, il gruppo WhatsApp queer o la community online sono tutti, potenzialmente, thirdspace: non semplici luoghi di svago, ma spazi di resistenza simbolica. Karl Rivera ha verificato questa idea nello studio del gay club — ma il suo campione era composto quasi interamente da uomini gay. Le esperienze delle donne, delle persone trans e non-binary restavano ai margini. È esattamente da quel margine che muove Nicosia.
Spazi queer e gerarchie di genere ma anche come funziona il potere dentro la comunità queer stessa: il cuore del problema
Il nodo più originale della ricerca è quello che Nicosia chiama il “limite interno” degli spazi queer. Riprende da Bourdieu il concetto di habitus — le disposizioni e aspettative che ogni individuo interiorizza e porta con sé — per mostrare come anche lo spazio LGBTQ+ più inclusivo nella sua dichiarazione d’intenti possa replicare gerarchie di genere e di corpo. La maschilità dominante non scompare all’interno della comunità: si riformula attraverso gerarchie corporee, estetiche e identitarie che privilegiano alcune soggettività rispetto ad altre.
Il concetto chiave è l’intersezionalità: le discriminazioni non funzionano a compartimenti stagni. In Yearning, bell hooks descrive la marginalità come luogo che può diventare sito di resistenza — ma all’interno di quel margine esistono gerarchie ulteriori. La donna nera non vivrà la marginalità nello stesso modo dell’uomo gay bianco; la persona queer non-binary di classe operaia non abiterà gli spazi queer con la stessa facilità di chi dispone di capitale culturale ed economico. Ci sono margini del margine. Nancy Fraser aveva fornito uno strumento con il concetto di subaltern counterpublics: arene discorsive alternative in cui i gruppi subordinati costruiscono contronarrazioni e solidarietà. Ma i contropubblici queer non sono immuni dai meccanismi che li hanno generati. I dati di Nicosia lo confermano con forza.
Il genere come performance: Butler, Wittig e il potere delle categorie.
Per capire perché le gerarchie di genere si riproducano persino negli spazi costruiti contro di esse, bisogna capire come funziona il genere stesso. Riprende da Ferdinand de Saussure Nicosia il principio base: il legame tra una parola e il concetto che essa designa è arbitrario. Non esiste nessuna corrispondenza naturale. Le categorie di genere non rispecchiano una realtà biologica immutabile: sono costruzioni culturalmente determinate — e quindi modificabili e sovvertibili.
Monique Wittig ha radicalizzato questa intuizione. Nel suo Il pensiero straight, sostiene che la categoria “donna” produce un effetto ideologico: naturalizza la differenza sessuale e la trasforma in gerarchia. La lesbica sfugge a questa logica perché rifiuta la categoria stessa “donna” nella misura in cui essa è definita dalla subordinazione all’uomo. Judith Butler ha ripreso questa posizione in Gender Trouble con il concetto di performatività del genere: il genere non è un’essenza che si esprime, ma una performance reiterata che produce l’illusione di una naturalezza del femminile e del maschile. Ogni ripetizione contiene però la possibilità di una deviazione — e dunque di una sovversione. Se il genere è performativo, gli spazi in cui certi corpi si incontrano e certi linguaggi circolano ne sono parte costitutiva: non sfondi neutri ma luoghi in cui il genere viene continuamente prodotto e negoziato.
Spazi queer e gerarchie di genere ma anche come funziona il potere dentro la comunità queer stessa nel digitale: shadow-banning e regime della visibilità.
Una parte rilevante della ricerca riguarda gli spazi digitali. Ewa Markiewicz ha mostrato come le comunità virtuali solide presentino caratteristiche analoghe ai terzi luoghi fisici: accessibilità, senso di appartenenza, livellamento delle gerarchie di status. Per molte persone queer in contesti periferici o famiglie non accoglienti, il third place digitale è spesso l’unica forma di thirdspace effettivamente disponibile. Riprende da Marzia Vaccari Nicosia che le donne e le persone queer non sono vittime passive delle tecnologie di genere, ma agenti che costruiscono negli interstizi delle piattaforme spazi di resistenza, cura e solidarietà.
Ma anche questi spazi si scontrano con architetture non progettate per loro. Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi hanno teorizzato il regime della visibilità: nei media contemporanei, le donne e le persone queer sono al tempo stesso ipervisibili come corpi estetizzati e invisibili come soggetti politici e culturali. Nel contesto dei social media, questo si traduce nel shadow-banning — la riduzione della visibilità di un account senza notifica esplicita — che colpisce sistematicamente chi usa un lessico identitario esplicito: “queer”, “trans”, “lesbica”. Il risultato è una pressione all’autocensura: usare termini eufemistici o alterare l’ortografia (sesbian al posto di lesbian, tr4ns al posto di trans) per sfuggire al filtraggio automatico. Le stesse piattaforme che de-amplificano questi contenuti non rimuovono con la stessa rapidità quelli omofobici e transfobici, producendo un ambiente in cui le persone queer sono al tempo stesso meno visibili e meno protette.
Spazi queer e gerarchie di genere ma anche come funziona il potere dentro la comunità queer stessa: dodici voci dal questionario.
La parte empirica si basa su un questionario semi-strutturato somministrato a dodici partecipanti tra il 20 aprile e l’8 maggio 2026: sei donne cis bisessuali, due donne cis lesbiche, un ragazzo trans pansessuale, un ragazzo queer transmasc, una persona butch non-binary e un uomo cis gay con estetica gender non-conforming. Il campione è costruito per valanga su reti di conoscenza diretta.
Tre pattern emergono sul tema di dove si vive la comunità. Un primo gruppo — A, I, M, N — la abita sia nel fisico che nel digitale: N racconta di aver usato i social dopo un trasloco per trovare persone queer nel nuovo contesto. Un secondo gruppo — B, E — privilegia la dimensione offline. B ricorda i forum dell’adolescenza come unico spazio disponibile ma spesso tossico: «era molto facile finire in circoli dove si esaltavano i DCA o comportamenti autolesionisti» — una dimensione che il framework teorico tende a lasciare in ombra. Un terzo gruppo — C, F, L — vive la comunità quasi esclusivamente online. Per F e L, TikTok è specificamente uno spazio di validazione dell’identità bisessuale: la parola validazione ricorre in entrambe le risposte, segnalando un bisogno di rispecchiamento che gli spazi fisici queer non soddisfano. D costituisce il caso più singolare: non si sente parte di nessuna comunità strutturata, ma descrive Instagram come spazio curato attraverso selezione e de-selezione attiva dei contenuti — un third place digitale costruito dall’utente contro la piattaforma.
Spazi queer e gerarchie di genere ma anche come funziona il potere dentro la comunità queer stessa: le gerarchie che nessuno vuole nominare.
Il dato più rilevante dell’intera ricerca viene dalla domanda sulla visibilità differenziale. Undici partecipanti su dodici riconoscono l’esistenza di una gerarchia di visibilità all’interno della comunità queer stessa: le persone trans, non-binary e bisessuali sono meno visibili e meno accettate anche negli spazi che si dichiarano inclusivi. M lo articola con precisione: «le identità che ricalcano confini più chiari e binari per quanto riguarda l’orientamento sessuale sono più visibili. Quando questi confini più binari vanno a sfumarsi, vedo abbastanza incomprensione o difficoltà di accettazione. Non parliamo neanche delle povere sorelle trans, che vengono bistrattate anche all’interno della stessa comunità queer».
F formula il proprio spazio ideale in modo che rivela la specificità dell’esperienza bisessuale: «uno spazio in cui non sentirmi “meno” queer». Questa risposta tocca la gerarchia di autenticità interna, per cui certe identità vengono percepite come meno genuine o più provvisorie — una forma di bias intracomunitaria che opera attraverso il dubbio e la svalutazione silenziosa. Sul linguaggio, le persone con identità trans o non-binary convergono: i pronomi sono la base del rispetto. E: «principalmente i pronomi, per avere una Comunicazione che sia rispettosa dalla base». Il confine rilevante — come dice E — non è tra queer e non-queer, ma tra chi ha fatto un lavoro critico sul proprio posizionamento di genere e chi no: lo spazio ideale esclude non gli eterosessuali in quanto tali, ma «gli uomini cishet non decostruiti».
La risposta più disincantata viene da G: «c’è così tanta strada da fare» che i singoli obiettivi sembrano inadeguati alla portata del problema. Non è nichilismo: è la descrizione di un’invisibilità strutturale che non si risolve con aggiustamenti locali ma richiede una trasformazione delle norme culturali, delle architetture algoritmiche, delle gerarchie interne alla comunità.
Un margine dentro il margine: cosa rimane dopo la ricerca.
I dati empirici e il quadro teorico convergono su quattro indicazioni. Il digitale non è “meno” del fisico: per chi vive in contesti periferici o famiglie non accoglienti, è stata spesso l’unica comunità disponibile. Gli spazi queer replicano al proprio interno le gerarchie che molti combattono. I bias algoritmici si mimetizzano nell’esperienza individuale — nessuna partecipante usa la parola shadow-banning, ma tutte descrivono pratiche di adattamento che ne sono la risposta diretta. Il linguaggio è uno spazio di potere, e chi ignora i pronomi di qualcuno non sta facendo solo una scelta grammaticale.
Non si tratta di una scoperta nuova. Marzia Vaccari lo aveva già scritto in Il fascino del riscatto su almagulp.it: dentro le aggregazioni di soggetti marginali, “in nome del riscatto da una condizione di sudditanza e di subalternità, le relazioni replicano inconsapevolmente assi differenziali di potere ritenuti tipicamente maschili.” La ricerca di Nicosia lo conferma empiricamente, dieci anni dopo, con dati raccolti su campo: il meccanismo non è cambiato, si è solo spostato — dai gruppi separatisti lesbici degli anni Dieci agli spazi queer fisici e digitali del 2026.
La domanda che questa ricerca lascia aperta è scomoda: quando si parla di comunità queer e gerarchie di genere, non si parla solo di politiche istituzionali o moderazione algoritmica. Si parla di ogni spazio che si definisce inclusivo — e della disponibilità a chiedersi, onestamente, di chi sta parlando quando usa quella parola. Come ricorda Vaccari citando Susan Stanford Friedman, ogni soggetto “negozia, con vari gradi di difficoltà, all’interno dell’ordine sociale” — e questa negoziazione non si ferma ai confini della comunità queer. Perché uno spazio può essere un thirdspace di liberazione per alcuni, e continuare a replicare esclusioni per chi sta al margine del margine.
Articolo tratto dal saggio “Third spaces e comunità queer: pratiche di appartenenza tra spazi fisici e digitali” di Cecilia Nicosia, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).
Testi più citati
Soja, E. (1996), Thirdspace. Journeys to Los Angeles and Other Real-and-Imagined Places, Oxford, Blackwell. Il thirdspace come spazio simultaneamente reale, immaginato e vissuto: strumento critico per leggere i luoghi queer come siti di resistenza e negoziazione identitaria, non contenitori fisici in cui le gerarchie vengono automaticamente sospese.
Butler, J. (1990), Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity, New York, Routledge (trad. it. Questione di genere, Laterza, 2013). La performatività del genere come performance reiterata che produce l’illusione di una naturalezza — e che contiene sempre la possibilità di una sovversione. Il fondamento teorico per capire perché le gerarchie di genere si riproducano anche negli spazi costruiti per dissolverle.
hooks b. (1989), Yearning: Race, Gender and Cultural Politics, Boston, South End Press. La marginalità come luogo politico di resistenza — ma anche come spazio non omogeneo, attraversato da gerarchie interne di razza, classe e Genere. Il fondamento del concetto di “margine del margine” applicato agli spazi queer.
Gribaldo, A., Zapperi, G. (2012), Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità, Verona, Ombre corte. Il regime della visibilità: donne e persone queer come corpi ipervisibili e soggetti invisibili, un’asimmetria che si riproduce nelle architetture algoritmiche dei social media.
Vaccari M. (2020), Appunti di femminismo digitale #1, Roma, Malatempora. Come le piattaforme online riproducono e amplificano le disuguaglianze di genere: dal linguaggio alle immagini, dalla visibilità alla partecipazione. Teoria femminista e analisi dei media digitali in un testo accessibile e militante.
Vaccari M. (2023), Appunti di femminismo digitale #2. Algoritmi e Intelligenze Artificiali, Amazon Kindle editions. Come i sistemi algoritmici ereditano e codificano i bias storici: cosa significa addestrare una IA su dati prodotti da una cultura patriarcale e quali strumenti esistono per riconoscere la discriminazione automatizzata.
