Inconsciamente eseguibile: femminicidio e media digitali dal caso Chiara Poggi agli algoritmi di Instagram — quando il codice è diventato l’editore del pregiudizio.
C’è un meccanismo che nessuno ha programmato deliberatamente, ma che funziona con la precisione di un orologio. Scatta quando si clicca su un titolo sensazionalistico, quando si commenta sotto un post sul femminicidio, quando si cerca “Chiara Poggi news” su Google e si trovano, ai primi posti, i frame più stereotipati. La ricerca di Veronica Bartomeoli — intitolata Inconsciamente eseguibile: femminicidio e media digitali dal caso Chiara Poggi agli algoritmi di Instagram — smonta questo meccanismo con dati alla mano. L’algoritmo non ha scelto di essere sessista: ha imparato a esserlo dai contenuti che gli umani hanno prodotto e premiato nel tempo.
Inconsciamente eseguibile: femminicidio e media digitali dal caso Chiara Poggi agli algoritmi di Instagram — la grammatica di una narrazione distorta.
I media non sono semplici specchi della realtà: agiscono come architetti del senso comune, selezionano, inquadrano, gerarchizzano. Nel racconto del femminicidio questa funzione si manifesta con forza particolare, perché il modo in cui si descrive una vittima, un aggressore, le circostanze di un omicidio, non è mai neutro — produce orientamenti, distribuisce responsabilità, assolve o condanna.
La ricerca scientifica ha documentato i pattern più ricorrenti nella stampa italiana. Il femminicidio viene sistematicamente confinato nella sfera del privato, trattato come cronaca nera invece che come espressione di violenza strutturale. L’aggressore viene patologizzato — il “mostro”, il “malato”, l’eccezione — in modo da rassicurare l’opinione pubblica. Riprende da Rizzuto (2012) Bartomeoli la categoria della “vittima ideale”: il racconto mediale seleziona tratti conformi al femminile tradizionale — giovinezza, discrezione, decoro. Chi non corrisponde paga un prezzo simbolico: la sua morte viene letta come conseguenza di una trasgressione normativa. Sullo sfondo agisce quello che Bartomeoli, riprendendo da Giomi e Magaraggia (2017), chiama il “feticismo visivo”: la tendenza a estetizzare la violenza, trasformarla in palinsesto — un archetipo culturale che le piattaforme digitali amplificano invece di scardinare.
Come l’emozione è diventata dati: il giornalismo ibrido e la socialità ingegnerizzata.
La trasformazione digitale ha cambiato il modo in cui le notizie vengono prodotte, distribuite e consumate — e queste trasformazioni hanno un impatto diretto sul racconto del femminicidio. Il punto di partenza è quello che Bartomeoli, riprendendo da De Blasio e Selva (2019), chiama “socialità ingegnerizzata”: le piattaforme non si limitano a ospitare le emozioni degli utenti, ma le codificano, le formalizzano, le trasformano in dati. Quando si mette un like a un post sulla morte di una donna, quando si condivide un articolo su un femminicidio, non si sta semplicemente esprimendo un’emozione — si sta fornendo a un algoritmo un segnale comportamentale che questo utilizzerà per decidere quali contenuti amplificare.
Il pubblico si è trasformato: da consumatore razionale che selezionava le fonti sulla base di criteri di utilità a quello che Bartomeoli chiama un pubblico “emozionale”, le cui abitudini sono mediate dal coinvolgimento affettivo immediato. L’emozione, nell’economia del digitale, non è un valore in sé: è una risorsa. Riprende da Wahl-Jorgensen (2018) Bartomeoli il concetto di “like economy”: le risposte affettive vengono quantificate, trasformate in metriche, usate dagli algoritmi per determinare la rilevanza di un contenuto. Un articolo sul femminicidio che genera indignazione, paura o pietà vale di più — in termini di visibilità — di uno che offre un’analisi strutturale sobria ma priva di ganci emotivi.
In questo quadro, il giornalismo professionale si trova in una posizione scomoda. Riprende da Diakopoulos (2019) Bartomeoli il “dilemma del controllo”: nel momento in cui gli editori devono adeguare la propria produzione ai criteri di visibilità delle piattaforme, la gerarchia della notizia smette di rispondere a criteri di utilità sociale e comincia a rispondere alla “ragione algoritmica”. Poiché gli algoritmi sono addestrati su dataset che riflettono le narrazioni dominanti del passato, i frame stereotipati vengono premiati come “standard”. Il rischio è una “mutazione ontologica” della notizia: il racconto del femminicidio smette di essere strumento di analisi critica per diventare un “prodotto predittivo” programmato per assecondare la like economy.
Inconsciamente eseguibile: femminicidio e media digitali dal caso Chiara Poggi agli algoritmi di Instagram — dentro la SERP di Google.
Per verificare queste ipotesi sul campo, Bartomeoli ha scelto un caso studio ad alta esposizione mediatica: l’omicidio di Chiara Poggi — il delitto di Garlasco del 2007, tornato al centro del dibattito giudiziario grazie a nuovi sviluppi investigativi e all’individuazione di un nuovo indagato.
Il primo strumento è la SERP — l’elenco di risultati che appare su Google. L’11 maggio 2026, usando la query “Chiara Poggi news”, Bartomeoli estrae i venti risultati principali e li sottopone a un’analisi sistematica. Il metodo va oltre il semplice conteggio: ogni risultato viene ponderato in base alla posizione nella pagina. Il primo risultato vale 20 punti, il secondo 19, il ventesimo solo 1 — perché la probabilità di clic decresce drasticamente man mano che si scende. Questa tecnica di “ranking weighting” permette di identificare non solo quali temi siano presenti, ma quali siano effettivamente dominanti nell’esperienza reale di navigazione.
Quello che emerge è una tassonomia di cinque frame narrativi: il giallo e il conflitto istituzionale, la simulazione 3D della scena del crimine, la spettacolarizzazione dell’intimità digitale, il movente del rifiuto (stereotipo) e la patologizzazione del sospetto. Cinque cornici interpretative, cinque modi di raccontare la stessa storia — non equivalenti, perché l’algoritmo ne privilegia alcuni con nettezza.
Cinque frame e una sola logica: come l’algoritmo gerarchizza il pregiudizio.
Il frame più presente, con sei articoli su venti e un indice di dominanza altissimo, è quello della “spettacolarizzazione dell’intimità digitale”: video intimi, chiavette USB, file, chat private. La vita privata di Chiara Poggi cessa di essere un dato sensibile e diventa il perno della narrazione — il gancio algoritmico che garantisce clic, permanenza sulla pagina, engagement. Il caso più emblematico e grave è un titolo de Il Fatto Quotidiano: “Nessuna tensione sui file porno”. In questo titolo la sessualizzazione postuma della vittima è completa: il baricentro si sposta dal crimine alla condotta privata, e una donna che non può più difendersi viene trasformata in oggetto di consumo visivo.
Il secondo frame per densità è quello del “movente del rifiuto”: parole come “annullamento furioso”, “rifiuto”, “infatuato” riconfigurano la violenza come reazione inevitabile a una negazione di possesso. Il femminicidio viene degradato a delitto passionale — un cliché narrativo efficace perché sedimentato nei dataset e nel senso comune. La responsabilità dell’aggressore scompare; al suo posto resta l’immagine di un uomo travolto da un sentimento che non riusciva a gestire.
Degna di nota la Simulazione 3D della scena del crimine: pur presente con un solo articolo, occupa il secondo posto nella SERP. L’algoritmo la premia per il potenziale di engagement visivo — trasformando la ricostruzione di un omicidio in un formato interattivo orientato all’intrattenimento, in quella che Bartomeoli chiama, riprendendo da Serra (2013), una “gamification del trauma”.
L’analisi posizionale porta alla luce una strategia precisa: la “top 3” della SERP funziona come imbuto percettivo. Apre con il Giallo e il Conflitto Istituzionale (primo posto), prosegue con la Simulazione 3D (secondo posto) e approda immediatamente alla Spettacolarizzazione dell’Intimità Digitale (terzo posto). La gerarchizzazione dei contenuti non risponde a criteri quantitativi di frequenza: privilegia quei formati dotati del maggior potenziale di engagement emotivo. L’algoritmo non ha scelto di essere sessista. Ha ottimizzato per il clic — e il clic premia il pregiudizio.
Inconsciamente eseguibile: femminicidio e media digitali dal caso Chiara Poggi agli algoritmi di Instagram — il post del Corriere e il feedback loop.
La seconda parte dell’analisi empirica si concentra su un caso specifico: il post pubblicato dall’account Instagram ufficiale del Corriere della Sera l’8 maggio 2026. In pochi giorni, quel post accumula 9.892 like e 602 commenti. I commenti rivelano tre dinamiche parallele: il processo alla moralità della vittima («Tutti dicono che lei era pudica… ma come mai ha fatto quel filmino??»), la colpevolizzazione dei familiari di Chiara Poggi, e il comportamento da “investigatore collettivo” che specula morbosamente sulla circolazione dei file privati. L’utente non riceve passivamente il frame proposto dalla testata: lo radicalizza, lo amplifica, lo restituisce alla piattaforma come validazione empirica.
Quello che Bartomeoli traccia è un feedback loop — un circuito di retroazione — tra la testata giornalistica e i suoi utenti social. L’8 maggio il Corriere pubblica un articolo in cui i “video intimi” compaiono come dato tecnico-giudiziario. Il 10 maggio lo stesso tema viene risemantizzato in chiave emotiva, spostando il focus dal valore probatorio al coinvolgimento dei familiari. Il picco di engagement che ne consegue spinge la redazione, l’11 maggio, a pubblicare un ulteriore approfondimento — che però non contiene novità procedurali reali, ma riprende quasi specularmente i dubbi e le domande circolanti nei commenti online.
È quella che Bartomeoli chiama “notiziabilità reattiva”: il giornalista non è più il solo gatekeeper del senso, ma un attore che adegua la narrazione in tempo reale al sentimento dell’audience. Riprende da Vaccari (2023) Bartomeoli la nozione che la struttura stessa delle ICT “affonda, seppur celatamente, le sue radici nell’etero-patriarcato”: l’accuratezza del calcolo si trasforma in uno strumento di replica delle disuguaglianze di genere. Il femminicidio non viene solo raccontato: viene metabolizzato, convertito in unità informativa ad alto rendimento economico, restituito agli utenti come prodotto predittivo che conferma ciò che già credono.
Inconsciamente eseguibile: femminicidio e media digitali dal caso Chiara Poggi agli algoritmi di Instagram — dis-automatizzare il pensiero.
La conclusione di Bartomeoli parte dall’immagine teorica che dà il titolo all’intera ricerca. Riprende da Mezza (2018) il concetto di “inconsciamente eseguibile”: il software è un motore invisibile della società, un dispositivo capace di convertire il significato in azione senza che nessuno se ne accorga. Sia chi produce informazione sia chi la consuma abita una sovrastruttura che nessuno si cura di sondare o sfidare — uno sfondo muto in cui l’agire individuale si appiattisce sulle sequenze di un codice imposto. Il codice non è scritto contro di noi: è scritto senza di noi. E questa assenza è già una scelta politica.
La risposta che Bartomeoli propone non è tecnica, ma etica. Riprende da Vaccari (2023) il concetto di “dis-automatizzazione” del pensiero: l’unico atto di resistenza capace di restituire alla notizia la sua dignità è aprire la scatola nera degli algoritmi — mettere a nudo la loro presunta neutralità. Ci si ritrova altrimenti in un circuito in cui, come scrive Bartomeoli, «l’attendibilità soccombe alla socialità»: si scrive per essere letti da un algoritmo, si fruisce solo di ciò che un algoritmo seleziona.
La domanda che la ricerca lascia aperta è scomoda: se il codice è diventato l’editore del pregiudizio, chi ha il potere di riscrivere il codice? La risposta richiede, riprendendo da Livingstone (2004), una media literacy radicale — la capacità di analizzare e produrre messaggi in modo consapevole, sottraendo temi cruciali come il femminicidio alla ferocia del calcolo automatizzato. Solo così sarà possibile restituire all’informazione la sua funzione di spazio pubblico e strumento di trasformazione sociale. Solo uscendo dall’esecuzione inconscia del codice.
Articolo tratto dal saggio “Inconsciamente eseguibile. Dalla siliconizzazione dell’informazione alla mercificazione digitale del femminicidio: dinamiche di newsmaking e newsearching nel caso studio di Chiara Poggi” di Veronica Bartomeoli, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).
Testi più citati.
Diakopoulos N. (2019), Automating the news: How algorithms are rewriting the media, Harvard University Press. Come i sistemi di ranking trasformano il racconto del femminicidio in “prodotto predittivo” ottimizzato per la like economy: il testo che illumina il “dilemma del controllo” in cui si trovano le redazioni nell’era delle piattaforme.
Giomi E., Magaraggia S. (2017), Relazioni brutali: Genere e violenza nella cultura mediale, Il Mulino. Il feticismo visivo e la spettacolarizzazione della violenza di genere nei media italiani: la chiave teorica per leggere come i frame narrativi replicano gli stereotipi patriarcali — dal delitto passionale alla sessualizzazione postuma della vittima.
Vaccari M. (2023), Appunti di femminismo digitale #1, Malatempora Editrice. La prospettiva di genere applicata alle ICT: la tesi che la struttura stessa degli algoritmi “affonda le sue radici nell’etero-patriarcato” e che la risposta critica passa per una pratica di “dis-automatizzazione” del pensiero.
Lalli P. (2020), L’amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico: cronaca, tribunali, politiche, Il Mulino. Il femminicidio come “sfida incompiuta” nell’immaginario collettivo: il testo che definisce il ruolo delle narrazioni pubbliche nel consolidare o scardinare l’idea che la violenza maschile sia quasi ineluttabile.
Mezza M. (2018), Algoritmi di libertà: la potenza del calcolo tra dominio e conflitto, Donzelli Editore. La nozione di “inconsciamente eseguibile” da cui prende il titolo l’intera ricerca: il software come motore invisibile della società, capace di convertire il significato in azione senza che nessuno se ne accorga — e la sfida politica di riaprire lo spazio del conflitto dentro la macchina algoritmica.
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