Maschilità nei media digitali: chi è davvero il “maschio performativo”?
Un uomo con borsa di tela, letteratura femminista in tasca e un matcha latte in mano. È il ritratto del “maschio performativo”, il personaggio che ha conquistato — e poi diviso — i social nel 2025. La ricerca di Nicole Albertini ne analizza i meccanismi e scopre che parla di tutti noi.
Immaginate di incontrare un ragazzo sul metro. Ha i pantaloni larghi, il maglione vintage, i mocassini invece delle solite sneaker. Porta sotto il braccio un libro di un’autrice femminista e stringe una tazza di matcha. Vi sembra interessante. Poi scatta, quasi inevitabilmente, la domanda: lo fa davvero per sé, o solo per fare colpo? Questa domanda — apparentemente banale — è al centro di uno dei fenomeni più discussi della maschilità nei media digitali degli ultimi mesi. Nicole Albertini, nella sua ricerca Chi è il “maschio performativo”?, prende questo personaggio sul serio e ci costruisce un’analisi capace di toccare questioni molto più profonde di un semplice trend social: cosa significa “fare il maschio” nel 2025, chi decide le regole del gioco, e cosa rivelano le nostre reazioni sui bias di genere che ancora ci portiamo addosso.
Maschilità nei media digitali: il personaggio del momento
A fine 2025, su Instagram e TikTok inizia a circolare un archetipo molto preciso: un uomo eterosessuale cisgender — il cui genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita — che adotta un look e degli interessi tradizionalmente associati al mondo femminile o queer. Pantaloni larghi, mocassini, cappellino, occhiali. Una borsa di tela. Un libro, preferibilmente di un’autrice femminista. Il matcha latte. Le cuffie con il filo. Fisico prototipico: alto, snello, capelli mossi, spesso i baffi.
L’archetipo si consolida intorno ad alcune celebrità — Timothée Chalamet, Jacob Elordi, Jeremy Allen White — noti per un’estetica androgina e un atteggiamento galante verso le donne, distante dal classico “macho” nonchalant. In poche settimane il termine “performative male” prende piede: prima per descrivere lo stile, poi per includere un’intera costellazione di comportamenti — le mostre d’arte, la musica di artiste femministe o queer, i mercatini dell’antiquariato.
Il cambiamento di segno del termine arriva però in fretta. Da aggettivo neutro diventa un giudizio: questi uomini non sarebbero autentici, ma costruiti strategicamente per attirare l’attenzione delle donne progressive. L’archetipo che prima sembrava desiderabile diventa oggetto di scherno, con raduni tematici (“performative men contest”) e meme di ogni tipo. Già nei primi mesi del 2026 si inizia a parlare di “donna performativa” come controparte femminile: segno che ciò che conta non sono le caratteristiche specifiche dell’archetipo, ma la logica che lo genera.
Il genere non è quel che si è, ma quel che si fa.
Per capire cosa ci racconta questo fenomeno è necessario un passo indietro. Albertini parte da una distinzione fondamentale, ripresa da Capecchi (2018): sesso biologico e Genere sono due dimensioni separate. Il sesso descrive caratteristiche fisiche; il genere è un insieme di ruoli e aspettative socialmente costruiti. Il genere non si nasce con: si impara, si costruisce, e può essere messo in discussione.
La filosofa Gayle Rubin (1975), nel testo The Traffic in Women, aveva già mostrato come la disparità tra uomini e donne non sia naturale ma costruita storicamente a vantaggio del sistema patriarcale. Il patriarcato è oppressivo per entrambi i generi: impone alle donne di cancellare i tratti “maschili”, e agli uomini di sopprimere quelli “femminili”. Pierre Bourdieu definisce il privilegio maschile come “una trappola nella quale all’uomo è imposto di affermare in qualsiasi circostanza la sua virilità” (1998, p.62): non un vantaggio, ma un obbligo estenuante. È Judith Butler a radicalizzare questa intuizione in Gender Trouble (1990): il genere non è qualcosa con cui si nasce, è qualcosa che si fa. Una serie di atti ripetuti — muoversi, vestirsi, parlare — che nel tempo produce l’illusione di un’identità stabile e naturale. West e Zimmerman (1987), con il concetto di doing gender, completano il quadro: le persone rendono costantemente conto della propria appartenenza di genere in ogni interazione sociale, nel mondo fisico come in quello digitale. Questo punto è cruciale: il comportamento dell'”uomo performativo” non è solo il frutto di una scelta strategica consapevole, ma è parte dei processi di costruzione e negoziazione dell’identità di genere che caratterizzano la maschilità nei media digitali di oggi.
Maschilità nei media digitali e crisi dell’identità maschile.
Il contesto in cui nasce il “maschio performativo” non è casuale. Il genere maschile, a partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, attraversa una trasformazione profonda: quando le donne entrano massicciamente nel mondo del lavoro e della vita pubblica, la posizione dominante dell’uomo nella società — su cui si era costruita buona parte dell’identità maschile — inizia a vacillare. I Men’s Studies, disciplina nata in ambiente angloamericano negli anni Settanta, analizzano questi cambiamenti. Come spiega Bellassai (2004), fino a quel momento gli uomini non si erano mai percepiti come un genere: si percepivano come l’umanità tout court, mentre le donne erano la “variante”. La presa di consapevolezza che anche la mascolinità è una costruzione richiede un cambio di prospettiva radicale. Morgan (in Davis et al., 2006) elenca le radici della “crisi”: collasso del lavoro manuale maschile, cambiamenti nella struttura familiare, sfida al modello eterosessuale dominante.
Farci (2025), in Quel che resta degli uomini, descrive una “crisi della connessione”: i giovani uomini cisgender sono oggi “sospesi tra la paura di perdere il controllo della scena e l’incapacità di inventarsi un copione diverso”. Il risultato è la spaccatura visibile nella maschilità nei media digitali: da un lato modelli di iper-mascolinità nostalgici, il cui apice è la manosphere — l’ecosistema di comunità digitali radicali e antifemministe —; dall’altro tentativi, più o meno autentici, di costruire un’identità maschile più inclusiva. L'”uomo performativo” si inserisce, consapevolmente o meno, in questo secondo filone.
Lo sguardo che costruisce il maschio.
Per capire la meccanica del fenomeno, Albertini introduce un concetto chiave: il female gaze. Il termine si contrappone al più noto male gaze — lo sguardo maschile che ha storicamente ridotto la donna a “oggetto di visione”, come analizzato dal critico d’arte John Berger nel 1972 e approfondito da Laura Mulvey nel cinema. Per Berger “gli uomini agiscono, le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne guardano se stesse mentre sono guardate”: un’asimmetria di potere che porta le donne a interiorizzare lo sguardo maschile come misura della propria attrattività. Il female gaze è lo sguardo delle donne sugli uomini, e su se stesse senza la mediazione maschile.
È Goddard (2000) a portare questo ragionamento nella direzione più rilevante: la mascolinità non si costruisce dall’interno, ma in modo reattivo, in base a ciò che gli uomini credono le donne si aspettino da loro. Gli uomini “accettano la soggezione dello sguardo femminile per riappropriarsi del potere” (p.23): scelgono abiti, interessi e comportamenti che, nell’immaginario dei social media, pensano possano piacere alle donne progressive. Connell e Messerschmidt (2005) aggiungono una dimensione ulteriore: la mascolinità egemonica — il modello dominante di “come si fa l’uomo” — si riconfigura continuamente, assorbendo elementi di mascolinità subordinate per adattarsi ai cambiamenti culturali e mantenere il proprio potere. Demetriou (2001) lo dice in modo netto: l’egemonia maschile sopravvive trasformandosi, non cedendo. L'”uomo performativo” si appropria di simboli femminili e queer — il femminismo come argomento di conversazione, l’estetica “soft”, la vulnerabilità emotiva ostentata — per mostrarsi progressista, senza mettere realmente in discussione i propri privilegi. Si crea, scrive Albertini, “una configurazione ibrida della pratica di genere che rende sfumate le differenze di genere ma non smantella il patriarcato”.
Quindici post e centinaia di commenti: cosa dice la rete.
Albertini non si ferma alla teoria. La parte empirica analizza 15 post — 5 per ciascuna delle piattaforme Pinterest, Instagram e TikTok — cercando la parola chiave “performative male” il 4 maggio 2026, più 15 commenti per post. Per limitare la personalizzazione algoritmica, la ricerca è condotta da un profilo secondario con attività ridotta. I commenti vengono classificati in quattro categorie: 1. ironia e autoironia; 2. scetticismo; 3. “colpo di fulmine” (forte attrazione); 4. identificazione.
Le tre piattaforme rispecchiano culture d’uso diverse. Pinterest ospita aspirazioni di moda maschile ispirate all’archetipo, con pochi commenti che oscillano tra l’attrazione sincera (“manipulate me”, “performative males are HOT”) e il riconoscimento ironico della performance. Instagram è dominato da creator nella nicchia comedy che costruiscono sketch ironici: il “maschio performativo” al primo appuntamento risponde “le opinioni delle donne” quando gli viene chiesto cosa gli piace di più al mondo, o si presenta con due libri in mano contemporaneamente. TikTok, con la fascia d’età più giovane, offre lo spettro più ampio: attrazione, ironia, scetticismo, ma anche contenuti di creator donne che mettono in guardia le utenti dagli “uomini performativi” come manipolatori.
La discussione più interessante emerge dal post 13 (TikTok): una creator sostiene che “tutti stiamo performando, quindi un uomo che beve matcha può essere performativo così come una persona che posta la foto di un cucciolo di cerbiatto”. I commenti si dividono tra chi cita spontaneamente Judith Butler a sostegno della tesi e chi sottolinea la differenza tra postare un cucciolo e adottare simboli culturali altrui per sedurre. È una delle discussioni più vive dell’intero corpus. La prima evidenza che emerge è la netta prevalenza di contenuti ironici. L’ironia, osserva Albertini, svolge una funzione precisa: permette all'”uomo performativo” di neutralizzare la critica presentandosi come qualcuno che non fa sul serio. Questa autocritica ironica, riprendendo Connell e Messerschmidt, è essa stessa una forma di mantenimento del potere: scherzando sul proprio archetipo, l'”uomo performativo” mantiene il controllo della conversazione anche quando ne è il bersaglio.
Maschilità nei media digitali: il paradosso della pick me.
Il confronto con la “pick me girl” — termine virale del 2020 — illumina il fenomeno da una prospettiva nuova. La “pick me” è la ragazza che abbandona interessi tradizionalmente femminili per compiacere il genere maschile: ama lo sport, beve birra, si presenta come “diversa dalle altre” per ricevere validazione maschile. L'”uomo performativo” fa la stessa cosa, nella direzione opposta: adotta simboli del mondo femminile e queer per ricevere validazione delle donne progressive. La logica, scrive Albertini, è strutturalmente identica. Ma la risposta del pubblico è diversa: la “pick me” viene giudicata negativamente anche dalle donne; l'”uomo performativo” viene prima ammirato, poi ironizzato, ma raramente stigmatizzato con la stessa durezza. Questo rivela qualcosa sui bias ancora in circolazione: un comportamento di ricerca di validazione viene letto e sanzionato diversamente in base al genere di chi lo mette in atto.
C’è poi un rischio ulteriore che Albertini segnala con chiarezza: usare l’etichetta “performativo” per bollare qualsiasi uomo eterosessuale cisgender che si avvicini a simboli femminili o queer significa — paradossalmente — rinforzare esattamente gli stereotipi che si vorrebbe smontare. Dire che un uomo ascolta Lana Del Rey “solo per sembrare interessante” implica che Lana Del Rey sia, per natura, una cosa da donne. Come commenta un utente sotto uno dei post analizzati: “rendere sbagliato per gli uomini ascoltare musica di artiste donne è esso stesso un comportamento misogino”. Così si finisce per delegittimare non solo le artiste, ma anche temi — il femminismo, la riflessione emotiva, la consapevolezza di sé — di cui il genere maschile avrebbe invece bisogno di appropriarsi genuinamente.
Costruire un linguaggio autentico: la sfida della maschilità nei media digitali.
Le conclusioni della ricerca non offrono una risposta definitiva. Il “maschio performativo” è un fenomeno ambivalente: da un lato segnala una trasformazione in atto nella maschilità nei media digitali, la ricerca di modelli alternativi a quello egemone tradizionale; dall’altro, quando questa ricerca si cristallizza in un archetipo ripetuto meccanicamente, rischia di diventare l’ennesima modalità per ottenere potere relazionale senza mettere in discussione i propri privilegi.
Come ricorda Farci (2025), la difficoltà per gli uomini cisgender è trovare modelli di mascolinità positivi che offrano loro lo spazio di ascoltarsi invece di seguire ciecamente modelli rigidi. Il patriarcato esercita sui giovani uomini un’oppressione che riguarda il proprio auto-ascolto: la libertà di entrare in contatto con attributi erroneamente giudicati “femminili” quando sono, semplicemente, umani. E partecipi di questa oppressione sono anche gli utenti dei social — uomini e donne — che etichettano come inautentica qualsiasi apertura del genere maschile verso certe sfere, impedendo qualsiasi trasformazione autentica. Tra i commenti analizzati emergono però spiragli: uno sottolinea che “anche se stanno performando, i giovani possano essere ispirati a decostruire la mascolinità tossica”. Un altro propone che sia “meglio fingere finché non diventa vero” piuttosto che ignorare certi temi. Il contatto con certi simboli — anche per motivazioni inizialmente strumentali — può innescare riflessioni genuine. La sfida per il genere maschile, conclude Albertini, è “costruire il proprio linguaggio, così che si abbia la consapevolezza di sé necessaria per smantellare il patriarcato insieme al genere femminile”.
La prossima volta che vedete un ragazzo con la borsa di tela e il libro femminista, la domanda più utile è: quante delle nostre reazioni — ammirazione, ironia, sospetto — dipendono dall’etichetta che abbiamo già deciso di applicargli prima ancora di conoscerlo?
Articolo tratto dal saggio “Chi è il ‘maschio performativo’? Un nuovo modello di maschilità nei media: caratteristiche ed effetti” di Nicole Albertini, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).
Testi più citati
Bellassai, S. (2004), La Maschilità Contemporanea, Carocci, Roma. Studio fondamentale sui Men’s Studies italiani: come la mascolinità tradizionale sia entrata in crisi con l’avanzata del femminismo e come il genere maschile stia cercando nuovi modelli di riferimento.
Butler, J. (1990), Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York. Il testo che ha rivoluzionato gli studi di genere: il genere non è ciò che si è, ma ciò che si fa — una performance reiterata di atti socialmente codificati.
Connell, R.W. e Messerschmidt, J.W. (2005), “Hegemonic Masculinity: Rethinking the Concept”, Gender and Society, Vol. 19, N. 6. La mascolinità egemonica come configurazione dinamica che si riconfigura assorbendo elementi di mascolinità subordinate per mantenere il proprio potere.
Farci, M. (2025), Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità, Nottetempo, Milano. Saggio sulla “crisi della connessione” che affligge i giovani uomini cisgender e sulla difficoltà di trovare modelli di mascolinità autentici in una società che chiede cambiamento.
Goddard, K. (2000), “Looks Maketh the Man: The Female Gaze and the Construction of Masculinity”, The Journal of Men’s Studies, Vol. 9, N. 1. La mascolinità si costruisce in modo reattivo rispetto alle aspettative femminili percepite: gli uomini accettano lo sguardo femminile come strategia per riappropriarsi del potere relazionale
