Smascherare il normale: stereotipi di genere nei media contemporanei. Nessuno spazio è neutro, dalla palestra di Gaza agli algoritmi di TikTok.

 Corso Comunicazione e Genere Unibo a.a. 2025/26 . I migliori progetti di studio delle studentesse – più 4 studenti – di quest’anno hanno un filo comune: le donne entrano in spazi che non sono stati pensati per loro — fisici o digitali — e quello che trovano racconta molto di come le nuove forme del patriarcato si siano infiltrate negli algoritmi, nei dataset e nella rappresentazione dei corpi senza perdere nulla della sua antica forza.

C’è una scena che si ripete, in forme diverse, in tutte le ricerche raccolte in questo corpus. Una donna entra in uno spazio che non è stato pensato per lei. Lo spazio la guarda. La valuta. Decide quanto la tollera e a quale prezzo. E lei — questa è la cosa che queste ricerche non smettono mai di documentare — non si limita a subire: negozia, resiste, trova le fessure, costruisce contropratiche. A volte riesce. A volte il prezzo da pagare è troppo alto.

Quello spazio può essere una palestra di boxe a Gaza o di muay thai a Bologna. Può essere una sessione di Douyin dove le creator cinesi imitano e rovesciano i gesti maschili che per anni erano rimasti senza nome. Può essere la pagina Wikipedia sull’antimafia dove il 7% dei link rimanda a una donna. Può essere un bar queer di Bologna dove nemmeno gli spazi che si dichiarano liberatori sono davvero privi di gerarchie. Che si parli di genere e media digitali o di corpo fisico e territorio, il meccanismo è sempre lo stesso.

La domanda che percorre questo corpus non è semplicemente “come viene discriminationei media e nella comunicazione chi non corrisponde al soggetto normativo — donna, persona queer, bambino, corpo non conforme?”. Questa domanda è già stata posta molte volte, risolta molte volte, dimenticata molte volte. La domanda più difficile — quella che affiora nelle ricerche più originali — è un’altra: come funziona il sistema che produce quella discriminazione? Da dove viene, come si riproduce, attraverso quali meccanismi si rende quasi invisibile agli stessi occhi che dovrebbe colpire?

Il corpo come primo territorio: dalla palestra di Gaza alla “gabbia dorata” della galanteria.

Partiamo dalla cosa più concreta: il corpo. Nelle ricerche di Martina Rizzoli, Noemi Pollicina e Giorgia Pistorio, il corpo femminile appare come il primo spazio di negoziazione del genere — non in senso metaforico, ma fisicamente. Il corpo viene guardato, classificato, lodato o deriso, sessualizzato o neutralizzato secondo logiche che non dipendono mai dalla donna stessa ma dagli sguardi e dalle aspettative che la circondano.

Rizzoli sceglie un angolo di osservazione particolarmente rivelatore: le palestre di sport da combattimento, che nella sua ricerca chiama MACS (Martial Arts and Combat Sports). Non la televisione, non i social, non la pubblicità — questi luoghi fisici, sudati, rumorosi, dove il corpo viene addestrato a colpire e a resistere ai colpi. Entrare in una palestra di boxe come donna significa attraversare una soglia simbolica che continua ad avere il peso di secoli di norme di genere.

Il confronto che Rizzoli costruisce è quello delle buone domande: due contesti estremi, Gaza e Bologna, lo stesso gesto sportivo. A Gaza, Reema Abu Rahma ha fondato l’associazione Gaza Boxing Women anni prima che l’assedio del 2023 ne distruggesse la sede. Dopo il 7 ottobre, il club fisico è sparito ma il collettivo no: le atlete si riuniscono tra le tende dei campi sfollati. Nelle parole che Abu Rahma ha consegnato a Rizzoli c’è una frase che potrebbe stare come epigrafe a tutte e otto le ricerche: “This is resistance. Real resistance.”

A Bologna, le praticanti della palestra Muay Thai Boran raccontano qualcosa di strutturalmente diverso: sicurezza personale, gestione emotiva, autonomia corporea come strumento di vita quotidiana. Eppure anche qui la negoziazione non sparisce: il comfort con lo sparring è massimo quando l’interlocutore è un’altra donna (75% al livello massimo) e diminuisce quando è un uomo. La differenza non è drammatica, ma è lì, visibile nei dati, a ricordare che anche dentro uno spazio teoricamente egualitario le asimmetrie di genere continuano a operare come sfondo.

La galanteria — aprire la portiera, pagare il conto, cedere il passo — appartiene allo stesso ordine di fenomeni, anche se a prima vista sembra lontanissima. La ricerca di Noemi Pollicina riporta questi gesti alla loro genealogia: l’amor cortese medievale, il Cortegiano di Castiglione, la corte di Luigi XIV, la borghesia ottocentesca. Pollicina mobilizza la teoria del sessismo ambivalente di Peter Glick e Susan Fiske (1996) per mostrare che la galanteria non è cortesia neutrale: è sessismo benevolo, quella forma sottile di discriminazione che si presenta come premura e tutela, e per questo è particolarmente resistente alla critica. La metafora della “gabbia dorata” è perfetta: ci si sente privilegiati mentre si è imprigionati.

La Generazione Z, nei colloqui qualitativi di Pollicina, mostra una consapevolezza critica reale: molti giovani riconoscono la componente asimmetrica nei gesti galanti. Ma faticano a rinunciarvi. Questo è uno dei paradossi irrisolti che attraversa l’intero corpus: sapere non basta. La coscienza critica è condizione necessaria ma non sufficiente.

Genere e media digitali: l’infrastruttura dell’invisibile

Se il corpo è il primo territorio di negoziazione del genere, il secondo è fatto di algoritmi, piattaforme, interfacce, dataset. Ed è qui che le ricerche mostrano la loro portata più originale: non si limitano a documentare che le donne sono poco visibili nei media digitali, ma analizzano come quella invisibilità viene prodotta, attraverso quali meccanismi tecnici e culturali si riproduce ogni giorno, con quale grado di automatismo raggiunge risultati che nessuno ha esplicitamente deciso.

Alice De Simone ha fatto una cosa semplice e devastante: ha aperto la pagina Wikipedia “Lotta alla antimafia” e ha contato. Centotrentadue link. Nove rimandano a donne. Il sette per cento. Non è una percentuale che qualcuno ha deliberatamente programmato: è il risultato di decenni di storiografia androcentrica che ha definito la resistenza alle mafie come impresa maschile, e Wikipedia si è limitata a ereditare quella distorsione e a renderla digitale, quindi permanente, ricercabile, autorevole.

De Simone va oltre la constatazione e testa i modelli di intelligenza artificiale generativa — Gemini e ChatGPT — sullo stesso tema. I risultati sono ancora più significativi: quando si chiede alle IA di nominare i principali protagonisti della lotta antimafia, le donne non compaiono nelle prime posizioni o non compaiono affatto. E quando le si sollecita esplicitamente, gli uomini vengono presentati per il loro ruolo e la loro professione, le donne attraverso le relazioni familiari — la madre di, la moglie di, la sorella di. Non c’è soggettività: c’è parentela.

Questo è il bias algoritmico nella sua forma più concreta: i sistemi di IA apprendono dai dati su cui vengono addestrati, e se quei dati riproducono distorsioni storiche le IA le imparano, le codificano, le restituiscono con l’autorità aggiuntiva della macchina. Ciò che era pregiudizio storico diventa, attraverso l’algoritmo, fatto oggettivo. E l’oggettività è molto più difficile da contestare del pregiudizio dichiarato.

Marta Ferrato lavora su un piano simile ma con un oggetto diverso: la visibilità politica delle donne sulle piattaforme digitali, attraverso il caso di Silvia Panini, politologa e attivista candidata alle elezioni europee del 2024. Il vocabolario che Ferrato costruisce è uno dei contributi teorici più originali dell’intero corpus. La “tassa di genere digitale” è il surplus di lavoro identitario richiesto alle donne per essere visibili online. La “siliconizzazione della politica” descrive il processo per cui le piattaforme impongono alle donne politiche norme di performance che privilegiano corpi, voci e stili maschili. Il “double bind algoritmico” è la trappola in cui una donna politica si trova quando è troppo femminile per essere presa sul serio e troppo “maschile” per essere percepita come autentica.

L’audit su Canva AI che Ferrato conduce mostra qualcosa di preciso: quando viene chiesto di generare l’immagine di un “politico”, lo strumento produce prevalentemente figure maschili, o quando produce figure femminili le inserisce in pose che evocano estetica rassicurante piuttosto che autorità politica. Non è una decisione consapevole: è il risultato di dataset fotografici costruiti su decenni di comunicazione politica in cui le donne erano eccezione e gli uomini norma. Il genere e i media digitali si intrecciano qui in modo particolarmente visibile.

Genere e media digitali negli spazi queer: quando anche i luoghi liberatori hanno le loro gerarchie

Cecilia Nicosia porta il ragionamento sul genere e i media digitali in un contesto apparentemente liberato: gli spazi queer. La sua ricerca parte da un’intuizione scomoda — che nemmeno negli ambienti che si dichiarano inclusivi le gerarchie di genere scompaiono — e la verifica empiricamente con un questionario qualitativo a dodici partecipanti con identità queer deliberatamente eterogenee.

Quello che emerge è una tensione strutturale: gli spazi fisici queer tendono a riprodurre le stesse gerarchie di visibilità che dichiarano di combattere. Le identità più riconoscibili — gay cis, lesbiche cis — occupano il centro, mentre le identità trans, non-binary e bisessuali vengono spinte ai margini. Gli spazi digitali, pur con tutti i loro limiti algoritmici — il shadow-banning dei contenuti queer è documentato sistematicamente — rappresentano per chi vive in contesti geografici periferici l’unico accesso a una comunità. La tensione tra oppressione e resistenza dentro il medesimo spazio non si risolve: si abita. Questa è forse l’intuizione più onesta dell’intero corpus.

Il femminismo terrone e la doppia colonizzazione del corpo meridionale

Giorgia Pistorio analizza il “Femminismo Terrone” — un frame culturale che nasce dall’incrocio tra femminismo e critica dell’antimeridionalismo. La donna meridionale, nella sua ricerca, è colonizzata due volte: come donna dal patriarcato, come meridionale dall’antimeridionalismo settentrionale. Queste due oppressioni non si sommano semplicemente — si moltiplicano, producono qualcosa di specifico che non può essere capito guardandole separatamente. È l’intersezionalità non come concetto astratto ma come esperienza vissuta: la datrice di lavoro che dice “Tu sei proprio la classica donna siciliana”, il commento che in tre parole comprime secoli di stereotipo.

I dati del questionario di Pistorio (83 donne, 18-60 anni) confermano che questo messaggio è arrivato e ha fatto danni. Il 59% percepisce un’ipersessualizzazione del corpo delle donne meridionali nella cultura di massa. Quasi tutte le donne meridionali migrate al Nord riportano di aver subito almeno una volta l’imitazione caricaturale del proprio accento — un fenomeno che Pistorio chiama mimetismo e che funziona come marcatore di inferiorità culturale. Si nasconde l’accento non per vergogna ma per autodifesa: per non dare agli altri uno strumento in più con cui classificarti, specialmente nei contesti professionali dove, come donne, si fa già più fatica.

La parodia come resistenza: Douyin, i “maschi oleosi” e i linguaggi della critica

Eppure la resistenza c’è. Nonostante tutto, attraverso tutto, a volte grazie alle stesse strutture che avrebbero dovuto soffocarla.

La parodia analizzata da Meng Lin su Douyin funziona secondo la logica del judo: usa la forza dell’avversario per rovesciarlo. Non si oppone frontalmente alla mascolinità egemone — la imita, la esagera, la porta alle sue conseguenze logiche. Quando le creator cinesi ripropongono i gesti del “maschio oleoso” e li reindirizzano verso un uomo, l’effetto è straniante: ciò che sembrava normale, persino attraente, diventa improvvisamente visibile come invasivo, grottesco, oppressivo. La frase-slogan che sintetizza il fenomeno — “Walk men’s path and leave men with nowhere to go” — ha la struttura di un manifesto: se il genere si produce attraverso la routine performativa, la parodia della routine produce un’interruzione critica nel ciclo.

Ciò che aggiunge valore alla ricerca di Meng Lin è l’analisi delle sezioni dei commenti come spazi di elaborazione collettiva. Commenti come “this is too real” o “you couldn’t say these things without dating at least thirty terrible men” non sono semplici approvazioni: sono atti di riconoscimento, di traduzione di esperienze private in linguaggio pubblico. La sezione dei commenti di un video parodistico su Douyin diventa così, nel contesto del dibattito su genere e media digitali, quello che la teoria di Nancy Fraser chiama un contro-pubblico subalterno — improbabile, precario, facilmente manipolabile dall’algoritmo, ma funzionante, almeno parzialmente.

Veronica Bartomeoli documenta invece il lato oscuro di questa visibilità digitale: come il femminicidio di Chiara Poggi sia stato trasformato su Instagram in contenuto da consumare, con meccanismi di engagement che trasformano una vittima in personaggio, la sua morte in narrativa. Il confine tra memoria e spettacolo, tra denuncia e voyeurismo, è uno dei territori più pericolosi che genere e media digitali attraversano insieme.

Quello che rimane aperto: visibilità non è cambiamento

Questo corpus di ricerche non ha la forma di una risposta: ha la forma di un problema articolato con sempre maggiore precisione. C’è una tensione irrisolta che percorre tutte e otto le ricerche e che vale la pena nominare: il rapporto tra visibilità e cambiamento. La critica che circola sulle piattaforme digitali produce cambiamento strutturale, o produce solo più engagement? La consapevolezza del bias algoritmico serve a smontare quel bias, o serve solo a descriverlo?

Non ci sono risposte certe. Ma ci sono alcune indicazioni che si ricavano leggendo queste ricerche insieme. La prima è che il cambiamento reale ha richiesto storicamente la copresenza di analisi e comunità: le boxeur di Gaza non sopravvivono grazie alla tecnica sportiva ma grazie alla “solidarietà e sorellanza” che Abu Rahma cita come motore fondamentale. La seconda è che i meccanismi tecnici non sono neutri ma non sono nemmeno immutabili: i bias algoritmici sono stati costruiti da umani e possono essere costruiti diversamente. La terza, forse la più difficile da tenere ferma, è che il cambiamento richiede la disponibilità a stare con la contraddizione senza risolverla prematuramente.

C’è infine un paradosso strutturale che queste otto ricerche, prese insieme, mettono in luce con una chiarezza che nessuna singola avrebbe potuto raggiungere da sola. Il digitale non ha rotto con il passato: lo ha ereditato e accelerato. Le stesse distorsioni che erano nel pensiero di Montesquieu nel 1748 sono nei dataset su cui vengono addestrati i sistemi di IA nel 2026. Questo è uno degli argomenti più forti per prendere sul serio la critica strutturale di genere e media digitali: non basta aggiustare il dataset, bisogna capire da dove vengono i dati e chi li ha prodotti.

La frase con cui si chiude l’ultima ricerca del corpus — “ma sai da noi come funziona… cosa ci possiamo fare…” — è esattamente ciò contro cui queste ricerche si battono. Quella rassegnazione che trasforma una struttura storica in destino personale. Non con la certezza di vincere. Con la necessità di non smettere.


Articolo tratto dal saggio critico del docente del corso B2654 — Comunicazione e Genere, A.A. 2025/2026, Università di Bologna, Laurea Magistrale in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa.


Testi e ricerche di riferimento

Rizzoli, M. (2026), Sport da combattimento e genere: Gaza e Bologna a confronto. Analisi comparativa delle pratiche sportive femminili nei MACS (Martial Arts and Combat Sports) in due contesti radicalmente diversi — una zona di conflitto e una città universitaria italiana.

Pollicina, N. (2026), La galanteria come sessismo benevolo: un’analisi generazionale. Ricerca sulla percezione dei gesti galanti nella Generazione Z, con riferimento alla teoria del sessismo ambivalente di Glick e Fiske (1996).

Pistorio, G. (2026), Femminismo Terrone: intersezionalità e corpo meridionale. Analisi del frame culturale “Femminismo Terrone” attraverso questionario quantitativo su 83 donne e analisi della rappresentazione mediatica del corpo femminile meridionale.

De Simone, A. (2026), Donne nell’antimafia: bias algoritmico e storiografia androcentrica. Audit di Wikipedia e test dei modelli di IA generativa (Gemini, ChatGPT) sulla rappresentazione delle donne nella lotta alla criminalità organizzata.

Ferrato, M. (2026), Tassa di genere digitale: le donne politiche sulle piattaforme. Studio di caso su Silvia Panini, candidata alle elezioni europee 2024, con audit di Canva AI e analisi del “double bind algoritmico”.

Nicosia, C. (2026), Spazi queer e gerarchie invisibili: un’analisi qualitativa. Questionario a dodici partecipanti con identità queer eterogenee sulla riproduzione delle gerarchie di genere negli spazi fisici e digitali dichiaratamente inclusivi.

Meng Lin (2026), Parodia della mascolinità su Douyin: critica di genere nei media digitali cinesi. Analisi dei video di parodia della mascolinità sulla piattaforma Douyin come forma di contro-pubblico subalterno e critica performativa del genere.

Bartomeoli, V. (2026), Femminicidio e social media: il caso Chiara Poggi su Instagram. Analisi dei meccanismi di engagement e spettacolarizzazione della violenza di genere sulle piattaforme digitali.


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