Macchine, Memoria e Soggettività Subalterne nella Prospettiva del libro sul Server Donne.

un post eleborato da Gemini per fini divulgativi, compresa l’immagine di apertura, pubblicato dopo un’attenta revisione.

Il testo che hai fornito per la recensione è tratto da “Storia del Server Donne”, introduce un argomento profondo e attuale riguardo alla memoria nell’era digitale, intrecciando questioni di genere, tecnologia e potere.

Il fulcro dell’argomentazione di Marzia Vaccari, l’autrice, risiede nella sua profonda connessione personale e professionale con le macchine. La sua esperienza le ha portato una consapevolezza che va oltre la semplice gestione tecnica dei sistemi. La sua “amicizia con le macchine” si è trasformata in un’ostinazione, una missione, per preservarne la memoria.

Questa “ostinazione” non è dettata da una mera curiosità tecnologica, ma da una profonda intuizione: Vaccari [2025] postula un parallelo diretto tra la soggettività subalterna storicamente attribuita alle donne e alle minoranze – che per secoli sono state attivamente cancellate dalla storia e dalla narrativa dominante – e la sorte di certe macchine. Allo stesso modo in cui le voci e le esistenze di questi gruppi umani sono state rese invisibili o dimenticate, anche per alcune macchine, la loro “esistenza/archivio” è “irrimediabilmente cancellata dal tempo tecnologico”. Questo implica che la logica di obsolescenza e di eliminazione dei dati nel mondo digitale non è neutra, ma riproduce dinamiche di potere che colpiscono anche il “non-umano”, rendendo certe memorie (digitali) non più utili o accessibili. Si tratta di un’importante estensione del concetto di oppressione, che non si limita più solo al campo umano.

Il testo fa un importante richiamo al femminismo degli anni sett Settanta, che ha riconosciuto l’importanza cruciale della costruzione di archivi delle donne. Questo lavoro era una pratica di resistenza, un modo per recuperare, preservare e rendere visibili storie, esperienze e conoscenze che il patriarcato aveva tentato di cancellare o ignorare. L’archivio, in questo contesto, era un atto politico di riappropriazione e costruzione di una memoria collettiva e identitaria.

Tuttavia, il saggio evidenzia come la mediatizzazione culturale del digitale abbia radicalmente cambiato il paesaggio. La digitalizzazione ha trasformato la memoria individuale e il modo stesso di percepire il tempo storico. Ciò che era un processo di archiviazione deliberato e fisico si scontra ora con la fluidità, la velocità e l’effimerità del digitale. Una delle conseguenze più critiche della mediatizzazione digitale è la contrazione della durata della memoria. Come sottolinea Sayak [2019], la durata della memoria mediatica è sempre più corta, raramente superando la media dei cinque anni. Questo fenomeno ha portato a parlare di un “presente perpetuo” e di un “regime del live streaming”.

Questi concetti descrivono un’esperienza temporale in cui gli eventi sono costantemente trasmessi in diretta, consumati istantaneamente e poi rapidamente dimenticati. L’attenzione è sempre rivolta al “qui e ora”, al flusso ininterrotto di nuove informazioni, senza il tempo o lo spazio per la sedimentazione e l’elaborazione della memoria a lungo termine. Il risultato è una società che, pur essendo iperconnessa e informata, rischia di soffrire di un’amnesia collettiva. Questo impatta in modo “particolarmente rilevante” negli spazi queer e transfemministi, dove la memoria storica e la documentazione delle lotte e delle identità sono già fragili e spesso bersaglio di cancellazione sociale.

Il cuore dell’argomentazione è che la “smemorizzazione” – intesa non come un fallimento passivo della memoria, ma come un’azione o un effetto attivo di cancellazione – è un vero e proprio strumento di oppressione. Marie-Hélène Bourcier [2018] viene citata come fonte autorevole per questa prospettiva. La smemorizzazione è utilizzata per sopprimere la memoria storica delle minoranze. Quando le narrazioni, le esperienze e i contributi di gruppi emarginati vengono sistematicamente resi invisibili o eliminati, si mina la loro capacità di riconoscere l’ingiustizia sistemica, di apprendere dalle lotte passate e di costruire una coscienza collettiva. Privare un gruppo della sua memoria storica significa indebolirne l’identità, la coesione e la capacità di resistere all’oppressione attuale e futura.

Di fronte a queste sfide, il saggio “La storia del Server Donne” lancia un chiaro invito all’azione. Non si tratta solo di riconoscere il problema, ma di “attrezzarsi e ad aprire un dibattito sulla costruzione degli archivi”. In un’epoca di oblio accelerato il dibattito è fondamentale per recuperare la memoria e immaginare strategie per recuperare e conservare ciò che rischia di essere perso. Le vecchie metodologie di archiviazione potrebbero non essere adatte al contesto digitale ed è necessario inventare nuove forme di espressione della memoria. Purtroppo la smemorizzazione è un’arma di oppressione e la costruzione di archivi diventa un atto di resistenza e di empowerment per le minoranze.

In sintesi, “Server Donne” ci invita a riflettere criticamente sul ruolo della tecnologia nella costruzione (o decostruzione) della memoria, riconoscendo come le dinamiche di potere si estendano anche agli archivi digitali e sottolinea l’urgenza di un impegno collettivo per una “memoria contro-egemonica”.