femminismo digitale, la tecnologia che ha riscritto il nostro mondo.
Un viaggio nel cuore del “capitalismo della sorveglianza” e della “siliconizzazione del mondo”, per capire come algoritmi e piattaforme non solo plasmano le nostre vite, ma riproducono e amplificano le disuguaglianze esistenti.
Benvenuti nell’era della “siliconizzazione del mondo”. Non parliamo solo di un luogo, la Silicon Valley, ma di una mentalità che sta colonizzando il pianeta. È un nuovo modello di civiltà, un colonialismo soft che non si è imposto con le armi, ma con la promessa seducente di risolvere ogni problema umano. In un mondo percepito in crisi perenne — politica, economica, ambientale — la tecnologia viene presentata come l’unica via d’uscita, un deus ex machina pronto a superare i limiti della nostra stessa natura.
Questa visione del mondo si inserisce in un modello economico ben definito da Shoshana Zuboff: il capitalismo della sorveglianza. Si tratta di un sistema “parassitico e autoreferenziale” che estrae profitto dalla risorsa più intima che abbiamo: i dati sui nostri comportamenti. Ogni click, ogni ricerca, ogni interazione online diventa plusvalore per le Big Tech, un oligopolio che concentra nelle proprie mani un potere economico e di conoscenza senza precedenti. Questi dati non servono solo a vendere pubblicità, ma a prevedere e indirizzare le nostre scelte future, siano esse d’acquisto o politiche. Come il capitalismo industriale ha sfruttato la natura, quello della sorveglianza si appropria della natura umana per creare le sue merci.
Al centro di questo meccanismo c’è la figura del prosumer. Siamo noi, utenti che, mentre consumiamo contenuti, produciamo incessantemente dati. Consultare un motore di ricerca non è più un’azione passiva, ma un atto produttivo che permette agli algoritmi di profilarci, trasformandoci in target perfetti per pubblicità su misura. Nel rapporto umani e macchine è una figura caratterizzata da una specifica dinamica: la gamification. Un cambio di paradigma, una svolta epocale dell’agire umano, perché il mutamento non è solo rispetto alla teoria dei media: è un mutamento antropologico, impatta sugli stili cognitivi e sulle mappe mentali che orientano l’azione umana.
Gamification: il gioco serio del controllo digitale
Onnipresente, dai social network al lavoro, la “gamification” usa meccanismi di gioco (punti, sfide, ricompense) per orientare i nostri comportamenti. Nata dall’universo dei videogames, è oggi un pilastro del capitalismo delle piattaforme. Trasformando ogni azione in una performance misurabile, questo strumento, lungi dall’essere neutrale, modella le nostre interazioni con le macchine e fa leva su bisogni come competizione e riconoscimento per tenerci agganciati. Questo comporta un controllo pervasivo e un condizionamento costante dei nostri comportamenti.
L’ideologia dietro lo Schermo
Questa rivoluzione non è solo economica, ma profondamente ideologica. La tecnocrazia contemporanea si fonda su due pilastri: la mitologia, che crea racconti epici come quello di Steve Jobs, e la dogmatica, una fede quasi religiosa nell’infallibilità della scienza e della tecnica come unici motori di progresso. Le decisioni prese da un algoritmo appaiono neutre, tecniche, quasi perfette, deresponsabilizzando chi le implementa ed espellendo il soggetto umano dal rapporto con il sapere e il potere.
È una postura fondamentalmente antidemocratica. La crescente complessità e “invisibilità del computazionale” impedisce un dibattito pubblico sul funzionamento e gli obiettivi di questi sistemi. Eric Sadin parla di un “totalitarismo soft”, celebrato da tutti perché promette di superare i limiti umani, ma che di fatto aliena la nostra autodeterminazione. Il digitale, infatti, ha cambiato natura: non si limita più a gestire dati, ma, grazie alle Intelligenze Artificiali, interpreta, suggerisce e decide, automatizzando la gestione della nostra vita.
In questo nuovo ecosistema comunicativo, caratterizzato dalla “disintermediazione”, gli algoritmi stessi diventano media potentissimi. Sono i nuovi gatekeepers: determinano la gerarchia delle informazioni, selezionano cosa vediamo e cosa no, esercitando un enorme potere di agenda-setting e framing.
Il Mito della Neutralità: Genere, Potere e Algoritmi
L’errore più grande è pensare che la tecnologia sia neutrale. Scienza e tecnologia sono costruzioni sociali, condizionate dal contesto in cui nascono. Un algoritmo non è un’entità oggettiva; è un artefatto che riflette gli interessi e i pregiudizi (bias) di chi lo progetta. La mancanza di diversità nell’industria tecnologica, dove donne e altre categorie marginalizzate sono sottorappresentate, si traduce in un’omogeneità di visioni del mondo che vengono “cotte” direttamente nel codice.
Questa non è una novità. Il “primo algoritmo di genere” può essere rintracciato nella macchina tabulatrice di Hollerith del 1880, che registrava il genere femminile come un’assenza (l’assenza di un foro) rispetto a quello maschile. Questa logica binaria e gerarchica persiste. Il dualismo hardware/software, storicamente, rispecchia la dicotomia di genere: agli uomini l’hardware (la macchina, dominante), alle donne il software (il lavoro di calcolo e programmazione, considerato subordinato e poi invisibilizzato). Le donne sono state “i primi computer” alla NASA e in altri centri di ricerca, ma il loro contributo cruciale è stato in gran parte cancellato dalla storia.
Oggi, con la pervasività degli algoritmi, i bias di genere assumono forme nuove e più subdole, amplificando pregiudizi e disparità che credevamo superati. Gli oggetti tecnici non sono intrinsecamente maschili o femminili, ma sono “antropologicamente centrati”, e il simbolico dominante è ancora quello maschile.
Anche le nuove forme di partecipazione e attivismo digitale non sono immuni a queste logiche. Se da un lato Internet offre strumenti potenti per organizzarsi e dare voce a istanze politiche, dall’altro il capitalismo della sorveglianza è abilissimo nell’assorbire e mercificare ogni cosa. Mark Fisher lo chiamava “realismo capitalista”: un sistema capace di inglobare persino le critiche contro di sé per trarne profitto. Così, lo slogan “il personale è politico” può diventare il design di una t-shirt sponsorizzata, e le istanze dei movimenti sociali vengono trasformate in strategie di marketing (“woke washing”) per soddisfare la domanda di consumi etici.
I social network, presentati come spazi aperti e democratici, sono prima di tutto un business. Il loro obiettivo primario è il profitto, estratto dai nostri dati. La domanda sorge spontanea: in una sfera pubblica i cui architetti sono imprenditori miliardari, siamo davvero liberi, o siamo semplicemente liberi di consumare?
Riconoscere che la tecnologia non è neutrale è il primo passo. È necessario decostruire questi strumenti, analizzarli con uno sguardo critico e intersezionale, per immaginare e costruire un futuro digitale che non si limiti a riprodurre le disuguaglianze del presente, ma che lavori attivamente per superarle.
Il femminismo digitale.
La dimensione critica del femminismo digitale, attraverso la pratica della decostruzione dei codici linguistici, semiotici ed informatici dei dispositivi culturali degli algoritmi, contrasta la pretesa neutralità dell’algoritmo e svela insoliti assi differenziali di potere. Sara’ sempre piu’ vitale continuare a sviluppare, codificare e insegnare metodi piu’ formalizzati di responsabilita’ algoritmica per poter stare in «amicizia» con le macchine informatiche.
Per un approfondimento Marzia Vaccari Appunti di femminismo digitale #1 2019 pubblicato dalla casa editrice Malatempora lo si può ordinare online https://malatempora.com/appunti.html e acquistare nella libreria Modo Infoshop di via mascarella 24/b Bologna.