Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work per la Generazione Z.

Quando le immagini raccontano più delle parole.

Chiedete a un’intelligenza artificiale di definire il sex work: probabilmente riceverete infografiche che parlano di autonomia, consenso e dignità. Poi chiedetele un’immagine di una sex worker: l’algoritmo vi mostrerà una donna seminuda di notte su un marciapiede. Questo scarto è esattamente il punto di partenza di Clara Cavallone, che ha deciso di indagare le rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work per la Generazione Z attraverso dieci interviste qualitative a giovani tra i 22 e i 29 anni. Quello che ha trovato restituisce un quadro più contraddittorio — e più rivelatore — di qualsiasi definizione dizionaristica.

Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work per la Generazione Z — il perché di una ricerca.

Le rappresentazioni non sono mai neutre. Dietro ogni immagine si nascondono questioni sociali, politiche, economiche e culturali che determinano il costituirsi di quella stessa immagine secondo determinati confini. Questa è la premessa con cui Cavallone apre la sua ricerca: non si tratta di fare un catalogo delle problematiche legate al sex work, ma di mappare i nuclei concettuali che vi si associano nell’immaginario collettivo — e di capire come questi immaginari riflettano un determinato assetto societario.

Il punto di partenza teorico è la distinzione tra determinismo biologico e costruttivismo. Il determinismo biologico sostiene che le differenze tra uomini e donne siano naturali e immutabili — e che da esse derivi la subordinazione femminile. Un esempio estremo è quello dell’avvocata Catharine MacKinnon (1987), che sosteneva che la sessualità maschile sia intrinsecamente sadica e pornografica. Il costruttivismo, al contrario, parte dal principio che i ruoli di genere siano costruzioni socioculturali storicamente e geograficamente collocate — modificabili, quindi contestabili. La rilevanza di questa distinzione per il sex work è diretta: è la visione del mondo binaria ed eteronormativa che determina lo stigma, la distribuzione dei ruoli e la rappresentazione mediatica della sessualità.

Riprende da Rosalind Gill (2007) Cavallone il concetto di “postfemminismo” — non un’ideologia definita, ma una “sensibilità” pervasiva nei prodotti culturali contemporanei che promuove un’erotizzazione dei corpi in cui la donna è rappresentata come soggetto attivo che sceglie liberamente di oggettivare il proprio corpo. Questa apparente libertà si inserisce tuttavia in un sistema di controllo che richiama Foucault (1976): nelle società moderne il potere non si manifesta solo come forza repressiva, ma come biopotere — una forma di governo che spinge i soggetti verso l’autosorveglianza e l’autoregolamentazione costante. Susan Bordo (1993) ha applicato questa prospettiva al corpo femminile, mostrando come la sessualità delle donne sia stata storicamente etichettata come “eccessiva” e irrazionale, richiedendo una costante regolamentazione estetica e sociale. È in questo scenario di controllo che si innesta la cosiddetta “pornografizzazione della cultura” — la diffusione di canoni soft-porn che riducono la donna a oggetto ornamentale, ma anche l’emergere del postporno come movimento politico di resistenza.

Il corpo tra oggettivazione e resistenza: pornografie femministe e spazi digitali.

Il dibattito accademico sulla pornografia è stato a lungo polarizzato tra due posizioni inconciliabili, le cosiddette “sex wars” degli anni Settanta e Ottanta. Da un lato, il femminismo radicale di Robin Morgan, MacKinnon e Andrea Dworkin identificava nella pornografia la massima espressione del maschilismo — sintetizzata nella celebre formula per cui la pornografia sarebbe la “teoria” di cui lo stupro costituisce la “pratica”. Dall’altro lato, le femministe pro-sex — tra cui Carole Vance, Gayle Rubin e Amber Hollibaugh — vedevano nella pornografia uno spazio di esplorazione e riappropriazione della sessualità femminile, rifiutando il rigido binarismo di genere implicito nelle analisi antiporno.

La trasformazione digitale ha poi inaugurato nuovi scenari. Riprende da Katrien Jacobs e collaboratori (2007) Cavallone il concetto di “netporn” — materiali prodotti da attori periferici sul web, con l’obiettivo di creare reti sociali indipendenti — distinto dal semplice “porn on the net”, che è invece la migrazione online dell’industria commerciale eteronormativa. In questo quadro i performer diventano “porntropreneur”: imprenditori digitali che curano la propria immagine come un brand, sfruttando piattaforme come OnlyFans. Riprende da Theresa Senft (2008) Cavallone l’analisi del webcamming come pratica che ha contribuito a riequilibrare le relazioni di potere tra i generi, restituendo al performer il controllo sulla propria performance. Il rischio, tuttavia, rimane: i profili di maggior successo su OnlyFans corrispondono a chi risponde meglio a determinati modelli estetici dominanti, rendendo più difficile per donne trans, razzializzate o con disabilità l’accesso al mercato.

La risposta politica più radicale a questi meccanismi è il postporno, movimento che intreccia femminismo, estetica punk e istanze queer per sovvertire la grammatica della sessualità. Performer come Annie Sprinkle, analizzata da Capecchi (2018), abitano simultaneamente il ruolo di oggetto e di soggetto della narrazione — posizionandosi sia davanti che dietro l’obiettivo, trasformando l’atto pornografico in un’esplorazione soggettiva del proprio desiderio. Riprende da Erika Lust il concetto di porno femminista Cavallone: un approccio che mira a superare la rappresentazione centrata sul piacere maschile eteronormativo, restituendo centralità al desiderio e al racconto soggettivo delle donne, in cui la sottomissione o altre pratiche sessuali vengono risignificate come scelte consapevoli basate sul consenso.

Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work per la Generazione Z — l’intelligenza artificiale alla prova.

Prima di passare alle interviste, Cavallone compie un’operazione rivelatrice: testa due intelligenze artificiali su come rappresentano il sex work. I risultati mostrano con precisione lo scarto tra stratificazioni semantiche e rappresentazioni simboliche che dà il titolo alla ricerca.

Quando si chiede a ChatGPT di definire il concetto di sex work, il sistema genera infografiche con messaggi come “Sex work è lavoro, è una scelta, è dignità” — e valori come autonomia, consenso, sicurezza, diversità e inclusione. È il linguaggio dell’empowerment, dello stop allo stigma, dei diritti dei lavoratori. Gemini risponde con una fotografia che mostra la diversità di persone coinvolte nel lavoro sessuale, sottolineando come si tratti di un fenomeno che attraversa generi e background differenti. Le definizioni sono inclusive, progressiste, consapevoli.

Poi si cambia domanda: “Can you please give me an image of a sex worker?” Gemini restituisce una fotografia Shutterstock di una donna dell’Asia meridionale in abiti tradizionali, in posa ambigua davanti a una porta. ChatGPT genera l’immagine archetipica: una donna in lingerie, di notte, appoggiata a un palo su un marciapiede urbano. Le rappresentazioni simboliche — quelle visive, d’impulso, quelle che corrispondono all’immaginario sedimentato — contraddicono completamente la semantica elaborata e inclusiva prodotta pochi secondi prima. È questa doppia verità, questo scarto tra la definizione consapevole e il simbolo automatico, la chiave interpretativa di tutta la ricerca.

Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work per la Generazione Z — la donna che non esiste mai come cliente.

Le dieci interviste semi-strutturate — condotte con stimoli proiettivi: descrizione dell’immagine mentale d’impulso, scenari ipotetici, percezione delle piattaforme digitali — confermano e approfondiscono questo scarto. Il campione comprende cinque donne e cinque uomini cisgender tra i 22 e i 29 anni, con inclusione di sensibilità queer: è la prima generazione nativa digitale, cresciuta in un contesto di pornografizzazione della cultura e di apparente sdoganamento delle tematiche LGBT+.

Il primo dato è insieme atteso e potente: la totalità delle persone intervistate associa d’impulso il sex work a una figura femminile. Indipendentemente dal contesto o dal mezzo tecnologico considerato, lo scambio sesso-denaro viene concepito quasi esclusivamente come un servizio reso dalle donne a un’utenza maschile. Mario (26) sintetizza con precisione: «Penso ad un bordello, in cui ci sono delle donne che offrono dei servizi a uomini che pagano per avere una prestazione sessuale.» Vittoria (24) lo riconosce come automatismo: «Io se penso a questa cosa tipo mi viene infatti in mente il fatto che sia sempre connotato in modo femminile.»

La donna emerge costantemente in un ruolo di passività e subalternità — una figura che non agisce ma che “viene cercata” o “utilizzata”. Parlando di pornografia online, Mario descrive il rapporto sessuale come una dinamica «non propriamente reale, stereotipata, in cui la donna è spesso e volentieri oggettificata ai voleri e i piaceri dell’uomo». Ma il dato più significativo, segnala Cavallone riprende da Carole Pateman (1988) il concetto di “diritto sessuale maschile”, è che nessuno degli intervistati abbia mai proposto l’immagine della donna come cliente, fruitrice di contenuti o seguace attiva. La donna appare sempre come colei che “svende se stessa”, mai come il soggetto che promuove o consuma. Il polo del desiderio e dell’acquisto rimane immancabilmente maschile.

Lo stigma digitale, le scorciatoie e l’invisibilità queer.

L’analisi delle interviste rivela una profonda frattura logica. Il termine “sex work” viene riconosciuto come strumento di “legittimazione di una categoria”, ma la pratica effettiva — soprattutto quella digitale come OnlyFans — viene spogliata della sua dignità professionale. La parola viene usata quando si difende una categoria bistrattata; ma nella vita concreta, quella stessa attività diventa “scorciatoia a livello sociale” dettata dalla “pigrizia” o dalla volontà di ottenere guadagni facili senza “applicarsi in altre cose”. Paola (24) ne denuncia la radice strutturale: «È tutto un sistema super comunque malato che va ad alimentare delle pratiche iper mega patriarcali machiste di sottomissione della donna di approvazione tramite lo sguardo maschile.»

La paura più grande espressa dagli intervistati non riguarda la violenza fisica, ma la permanenza dello stigma digitale. Un intervistato paragona l’esposizione del corpo a «farsi un tatuaggio: non è una cosa che cancelli tanto facilmente». Un altro usa una metafora di investimento fallimentare: «Mi compro l’Audi ma poi ci metto il diesel al posto della benzina. Sul lungo periodo non è una grossa scelta.» Questa metafora è rivelatrice: il sex work non viene condannato moralmente in astratto, ma viene letto come una cattiva gestione del proprio “capitale reputazionale” — un errore di programmazione del futuro. Riprende da Foucault la nozione di biopotere Cavallone per descrivere questa dinamica: il controllo non opera più come sanzione immediata, ma come autosorveglianza preventiva del sé futuro. I giovani non temono la punizione di oggi, ma l’impossibilità di essere “riabilitati” dallo sguardo sociale a causa delle tracce digitali lasciate nel passato.

Ancora più complessa è la situazione delle soggettività trans e non binarie, che subiscono una doppia marginalizzazione. Da un lato l’esclusione sociale le spinge al sex work come “circostanza obbligata”: «È difficile entrare nel mondo del lavoro quando hai queste caratteristiche […] nessuno ti assume.» Dall’altro, lo sguardo del cliente viene descritto come quello di un uomo che reprime la propria identità e ricerca un “feticcio” o una “sorta di segretezza”, trattando l’incontro come una devianza da consumare al di fuori di una vita domestica apparentemente “normale”. Andrea (24) articola questo meccanismo con lucidità disarmante: «Vedere una persona che appartiene al mondo LGBT e fa questo genere di lavoro è secondo gli occhi di quelle persone più scontato. Le persone che appartengono a quella categoria sono viste in maniera peccaminosa, e siccome è normale, fare il sex worker come lavoro per loro è quasi coerente con la visione che hanno di queste persone.» La coerenza percepita è, di fatto, una doppia sanzione: essere trans e fare sex work smette di essere una scelta e diventa inevitabilità — confermando per contrasto la norma eteronormativa invece di scardinarne il binarismo.

Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work per la Generazione Z — cosa rimane dopo le interviste.

Le conclusioni della ricerca non concedono ottimismi facili. Lo spazio digitale sembra aver cambiato le modalità di circolazione dei corpi, ma non ha ancora scardinato quegli immaginari egemonici che definiscono il genere e la sessualità. Nonostante il potenziale sovversivo del postporno e l’illusione di una riscrittura dei ruoli permessa dal webcamming e dalle piattaforme creative, i significati profondi associati al sex work rimangono il riflesso di un assetto patriarcale ancora solido: la donna è sempre oggetto dello scambio, mai soggetto; il corpo è sempre un bene da svendere, mai uno strumento di autonomia; la differenza è sempre devianza, mai pluralismo.

Ciò che colpisce di più nella ricerca di Cavallone è la coerenza dello scarto tra il livello consapevole e il livello automatico. Gli stessi intervistati che riconoscono l’asimmetria, la criticano, usano il lessico della legittimazione — producono poi, d’impulso, esattamente le immagini che il sistema ha loro insegnato. Come le intelligenze artificiali che definiscono il sex work con la grammatica dell’empowerment e poi mostrano la donna sul marciapiede di notte. Il punto non è l’ipocrisia individuale: è la profondità con cui certi immaginari si sono sedimentati, diventando automatici, pre-riflessivi, difficilmente accessibili all’autocritica.

Lo spunto che questa ricerca lascia aperto è scomodo: la battaglia per un reale pluralismo e per la decostruzione dello stigma è una sfida culturale tuttora aperta. Non si risolve con la singola campagna di Comunicazione inclusiva, né con l’aggiornamento del dataset di un algoritmo. Richiede che il lavoro critico arrivi a quel livello in cui l’immagine d’impulso — quella che viene prima ancora del pensiero — smetta di essere la donna sul marciapiede e diventi qualcosa che ancora non esiste nei nostri archivi mentali collettivi.


Articolo tratto dal saggio “Rappresentazioni simboliche e stratificazioni semantiche del sex work: un’indagine qualitativa sulla generazione Z” di Clara Cavallone, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).


Testi più citati.

Gill R. (2003), From Sexual Objectification to Sexual Subjectification: The Resexualisation of Women’s Bodies in the Media, in «Feminist Media Studies», 3, I, pp. 100-6. Il concetto di soggettivazione sessuale come passaggio dall’oggettivazione alla scelta attiva — un’apparente liberazione che si inserisce in un sistema di controllo ancora più capillare, in cui la donna che “sceglie” di oggettivare il proprio corpo è al contempo soggetto e prodotto del sistema che la governa.

Foucault M. (1976), Storia della sessualità, vol. I: La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978. Il biopotere come forma di governo dei corpi che non si manifesta come repressione calata dall’alto ma come autosorveglianza interiorizzata: la chiave per comprendere perché i giovani della Gen Z temano lo stigma digitale come impossibilità di essere “riabilitati” dallo sguardo sociale futuro.

Pateman C. (1988), The Sexual Contract, Stanford University Press, Stanford. Il “diritto sessuale maschile” come struttura profonda che governa la percezione dello scambio sessuo-economico: il fondamento teorico che spiega perché, nell’immaginario degli intervistati, la donna non esista mai come cliente o fruitrice attiva, ma sempre come oggetto dello scambio.

Senft T.M. (2008), Camgirls: Celebrity and Community in the Age of Social Networks, Peter Lang. Il webcamming come pratica pionieristica che ha favorito la normalizzazione della cam culture e aperto la discussione su come le tecnologie digitali possano agire non solo come rifugio di gerarchie normative ma come luogo di ridefinizione dei ruoli — con tutti i limiti e le contraddizioni che ne derivano.