“Iwagumi – Dismisura” di Nimrod Weis (studio ENESS). Foto di Jaap van Osta durante l’installazione in P.zza Maggiore Bologna 2025
Bologna 27 marzo 2026 – Intervento “Parole leggere come pietre” di Francesca La Forgia per il Ciclo di seminari di Crocevia di Pensieri. In fondo all’articolo è anche possibile la visione del video dell’iniziativa.
Il titolo scelto è una provocazione: nella nostra rappresentazione mentale, le pietre non sono leggere, e non lo sono nemmeno le parole. Le parole, come le pietre, possono ferire. Ma le parole, come le pietre, possono anche costruire.
Eppure, anche quando abbiamo consapevolezza del loro peso e del loro potere, tendiamo a usarle con una certa “leggerezza”. Questo perché siamo esseri così profondamente linguistici che difficilmente ci facciamo domande sulle parole che usiamo e sul loro possibile effetto.
Si parla molto delle parole che feriscono, dell’ostilità in rete e fuori dalla rete; si parla meno delle parole che costruiscono. Ed è di queste che voglio parlare, perché costruendo rischiano di ingabbiarci. Per parlarne, prendo a prestito le parole di Daniela Lucangeli (2025), professoressa di Psicologia dello sviluppo all’università di Padova:
«La parola è logos, cioè un’intelligenza condivisa, un’intelligenza vivente, senziente e generativa»
La parola è una capacità di comprendere (intelligenza) in comune con altri, una capacità che è viva (vivente), che è capace di sentire (senziente) e che è capace di generare, creare (generativa).
In altre parole, le parole di una lingua sono lo strumento con cui noi esteriorizziamo la nostra capacità di “comprendere il mondo e di interpretarlo”. E lo sono, perché compartecipano degli stessi processi socio-cognitivi che ci permettono di “comprendere il mondo e di interpretarlo” anche senza parole, anche senza lingua. Gli esseri umani dispongono di capacità socio-cognitive che permettono loro non solo di percepire la realtà ma anche di elaborarla; questa elaborazione, che è fondamentalmente un’attribuzione di senso a ciò che esiste nella realtà, si attualizza in un insieme di conoscenze e di rappresentazioni mentali che sono “responsabili” dei modi in cui ci comportiamo, anche quando usiamo la lingua.
Semplificando molto, e in un modo non del tutto corretto, potremmo dire che prima è nato il pensiero e poi la lingua. La lingua è nata perché il nostro cervello, come specie umana, era già in grado di fare determinati processi socio-cognitivi. Questi processi sono stati presi in prestito per far nascere la lingua. Poi, man mano che la lingua si è sviluppata, il nostro sistema neuronale si è adatto, in una sorta di circolo virtuoso, a questa nuova abilità. Per cui oggi noi nasciamo predisposti alla lingua, e ciò ci permette di acquisirla in tempi brevi e con relativa facilità. La facilità nell’acquisirla si trasferisce in un’apparente facilità nel comunicare linguisticamente, cioè nell’impressione che le nostre parole siano trasparenti, che rimandino a un significato certo e determinato). E, a sua volta, questa apparente facilità nel comunicare, ci fa dimenticare che le nostre parole non descrivono la realtà, ma solo una sua rappresentazione e interpretazione.
Ma qual è il grande potere delle parole?
È il potere di nominare. La lingua – ogni lingua, qualsiasi lingua – è in grado di dare nomi alle “cose” che esistono al di fuori di noi, ma, soprattutto, è anche capace di dare nomi a cose che non hanno un’esistenza tangibile, come idee e concetti. Quando una parola indica cose che esistono, il suo significato è, per così dire, autoevidente. Al contrario, il significato delle parole che indicano concetti o idee deve essere definito attraverso altre parole. E grazie al potere delle parole di nominarle, definirle e di condividerle, anche le cose che non hanno un’esistenza tangibile diventano reali. Questo processo ha, ovviamente, un nome: si chiama reificazione. Ed è «il processo mentale per cui si converte in qualche cosa di concreto, o si viene a considerare tale, ciò che ha soltanto esistenza astratta» (Treccani). Ed è una caratteristica unicamente umana.
La grande differenza tra noi esseri umani e gli altri animali, infatti, non è la presenza/assenza di una vita mentale. Anche gli animali hanno capacità socio-cognitive che permettono loro di rappresentarsi mentalmente la realtà. La differenza è che, mentre gli altri animali vivono nel mondo, noi viviamo nei sistemi e nei paradigmi concettuali che abbiamo creato. Michael Tommasello, psicologo evoluzionista e linguista, la chiama cultura. E dice che la cultura umana è diventata la nicchia ontologica specifica della nostra specie (2005: 102).
In altre parole, il nostro modo di vivere (di noi donne e uomini del mondo occidentale del XXI secolo) non è più una risposta all’ambiente che ci circonda, bensì è una risposta ai sistemi concettuali che condividiamo ed ereditiamo anche grazie alla lingua. Non diamo più risposte biologiche, viviamo dando riposte culturali. E a volte (ma mi verrebbe da dire spesso, e sempre di più negli ultimi anni) le nostre risposte culturali mettono in pericolo la nostra stessa biologia.
Prendiamo, ad esempio, due parole che hanno una grande influenza sugli stili di vita occidentali: ‘libertà’ e ‘sicurezza’. Sono due parole che l’italiano ha ereditato per via diretta e ininterrotta dal latino. Le due parole derivano dagli aggettivi ‘libero’ e ‘sicuro’ attraverso due suffissi (-tà e -ezza) che servono per formare nomi che indicano qualità o concetti astratti. E in quanto astratti sono definiti attraverso altre parole.
Libertà
Secondo il Thesaurus Treccani, ’libertà’ ha tre significati principali
1. Nel suo significato più generico […] è la condizione di chi è libero, cioè non soggetto all’autorità di qualcun altro […]. 2. Se il termine è usato senza alcuna specificazione, indica generalmente lo stato di un popolo che si governa con leggi proprie, perché non è asservito a una potenza straniera e non è soggetto a un governo tirannico (combattere per la l.). 3. Vista in relazione a un singolo individuo, invece, la libertà è la possibilità di pensare, agire e scegliere secondo la propria volontà, in modo autonomo.
Le parole che definiscono i vari significati di libertà (autorità, volontà, autonomia) andrebbero a loro volta definite, perché rimandano tutte a concetti e non a cose tangibili. Tuttavia, nella nostra percezione di persone che vivono nell’occidente del mondo nel XXI secolo, è come se la libertà fosse un luogo da raggiungere o una cosa da prendere o da possedere, non un concetto da costruire.
Nei primi due significati, il concetto è descritto fondamentalmente in termini di potere: la libertà è la condizione di un individuo che non è schiavo o prigioniero, o di un popolo che non è sottomesso a un altro popolo. In pratica, questa definizione di ‘libertà’ descrive un mondo in competizione, in cui ci sono dominanti e dominati.
Nel terzo significato, la libertà sembra diventare qualcosa di assoluto: non è più una condizione o uno stato, bensì una possibilità. Una possibilità di pensare, fare e scegliere secondo la propria capacità di volere (secondo quello che si vuole pensare, fare e scegliere) in modo autonomo, cioè regolandosi da sé, senza condizionamenti dall’esterno. E a questo punto, la domanda sorge spontanea: fin dove può spingersi la libertà di un singolo individuo? E la risposta, altrettanto spontanea (perché sentita e risentita) è: “la mia libertà finisce dove inizia la tua”. Ma cosa vuol dire? Chi decide i confini della libertà?
Il punto che rimane implicito nell’intera definizione è che noi esseri umani siamo biologicamente esseri relazionali, abbiamo bisogno di metterci in relazione con gli altri; abbiamo bisogno di rispecchiarci nelle altre persone per creare e modulare la nostra identità, e abbiamo bisogno di collaborare con loro per crescere. Secondo Tommasello (2005: 28), è proprio «la capacità di “identificarsi” con i conspecifici [e di] comprenderli come esseri intenzionali e mentali al pari del Sé» che ha permesso alla nostra specie di evolversi in questo modo. Qualsiasi definizione di libertà dovrebbe essere sempre un discorso su un noi mai su un io; un discorso su tutti i popoli, mai su un singolo popolo. Un discorso che tiene conto della collaborazione fra persone e non della competizione o, peggio, della sopraffazione.
E se, invece, definissimo libertà “semplicemente” come ‘la possibilità per ogni persona (cioè, per ogni individuo senza distinzione di sesso, etnia, età, condizione) di esprimere la propria identità, di esprimere sé stessa completamente nel rispetto delle altre identità”? Quale mondo potremmo costruire?
Sicurezza
La parola ‘sicurezza’, come detto, deriva dal latino, dove indicava l’assenza di preoccupazioni, uno stato di calma e di tranquillità, ed era legata al concetto di ‘atarassia’ del filosofo greco Epicuro. In italiano, sempre secondo il Thesaurus Treccani, ha cinque significati
1. […] è la condizione di chi sente di essere al riparo dai pericoli o che, comunque, si trova in una situazione che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli […]. Oltre che una condizione esterna e oggettiva, il termine sicurezza può indicare anche 2. lo stato psicologico di chi, per avere fatto sufficiente esercizio o per abilità innata, compie senza esitazione e con precisione gesti e operazioni (vedo che guidi ormai con s.;) fino, talvolta, ad arrivare a indicare 3. un convincimento di sé stessi e delle proprie capacità che rasenta la presunzione: in questo ultimo caso la parola acquista un valore negativo (come fai ad avere tanta s.?; la sua eccessiva s. mi innervosisce). 4. Con riguardo a notizie e informazioni, il termine sicurezza ha valore di assoluta attendibilità, di certezza (la s. delle prove, delle fonti di informazione) o anche 5. di ferma convinzione (mi sono rivolto a te nella s. che mi avresti aiutato).
Dei cinque significati, quelli che mi interessano qui sono il primo e il quarto che si legano rispettivamente ai concetti di pericolo e di certezza.
Secondo i diversi dizionari (Treccani, De Mauro, Sabatini Coletti), il significato di ‘pericolo’ è una situazione che può causare, o da cui può derivare un danno; mentre il significato di ‘certezza’ rimanda alla conoscenza sicura di un fatto e all’assenza di dubbi.
L’idea di sicurezza che emerge da questa definizione è quella di un mondo in cui è possibile prevenire o eliminare i pericoli, e in cui le informazioni che riceviamo, le cose che diciamo e che sappiamo sono certe. La possibilità di garantire sicurezza nelle attività umane è senz’altro positiva; così come è positiva l’idea di scambiarsi informazioni attendibili (soprattutto in un periodo di disinformazione e di fake news). Ma quando ‘sicurezza’ diventa la parola su cui si basano le politiche nazionali ed estere, la questione diventa problematica, perché questa definizione rimanda all’idea di un mondo iper-controllato, dove la sicurezza è un’operazione di ingegneria sociale: l’illusione di poter prevenire o eliminare ogni possibile rischio, e in cui la certezza si avvicina pericolosamente all’idea di verità assoluta. Il pericolo può diventare (ed è diventato, e diventa) un’altra persona diversa da me. La certezza di quello che so e che dico può diventare (ed è diventata, e diventa) l’unico modo giusto di fare, pensare e agire.
Invece di una sicurezza definita per sottrazione – togliere il pericolo, togliere il dubbio – perché non pensare a una sicurezza legata alla capacità di accettare i pericoli e le incertezze, e alla capacità di trovare modi per gestire i rischi delle relazioni e dei conflitti? Considerare pericolo e incertezze non come un errore da cancellare, ma come una parte integrante dell’ecosistema in cui viviamo, è l’unico modo per essere finalmente liberi dalla prigione di un controllo impossibile.
In conclusione
Le parole, dunque, non sono mai leggere. Non lo sono perché non si limitano a descrivere la realtà in cui viviamo, ma partecipano attivamente alla sua costruzione.
Essere consapevoli del potere della lingua significa riconoscere che viviamo non semplicemente nel mondo, ma nei sistemi concettuali che abbiamo elaborato per interpretarlo. Concetti come ‘libertà’ e ‘sicurezza’ mostrano con particolare chiarezza come le parole non siano neutre: esse condensano visioni del mondo, paure e desideri collettivi. Quando le trattiamo come cose date, come realtà autoevidenti, rischiamo di smarrire la loro natura storica, culturale e relazionale e di lasciare che la “nicchia culturale” in cui abitiamo finisca per soffocare la nostra stessa biologia.
Prendere sul serio il peso delle parole non significa rinunciare a usarle, ma imparare a farlo con maggiore responsabilità. Se la parola è logos – un’intelligenza vivente, senziente e generativa – allora il suo significato non è qualcosa da possedere o da difendere, ma qualcosa da negoziare costantemente. Ciò significa interrogarsi sui concetti che ereditiamo, su quelli che riproduciamo e su quelli che contribuiamo a costruire.
Se le parole sono pietre capaci di costruire ma anche di ingabbiare, la questione non è renderle più leggere, ma scegliere con cura come e dove usarle. Perché accettare la fallibilità e l’incertezza dei nostri sistemi concettuali è l’unico modo per far sì che le parole tornino a essere strumenti di comprensione e non prigioni. Da esse dipendono, in larga misura, le forme del nostro stare al mondo.
RIFERIMENTI
Lucangeli, Daniela (2025), L’adolescenza non è una malattia, Lectio Magistralis agli Stati Generali dell’infanzia e dell’adolescenza, Bologna, 12 giugno 2025
Tomasello, Michael (2005), Le origini culturali della cognizione umana, Bologna, Il Mulino. Traduzione italiana di Luigi Anolli [Ed. org. The Cultural Origins of Human Cognition, 1999, Cambridge, Harvard University Press]
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