Parodia della mascolinità sui social: quando le donne cinesi prendono in giro gli uomini su Douyin e smontano il patriarcato un video alla volta.
Su Douyin, la versione cinese di TikTok, migliaia di video mostrano donne che imitano uomini — lo sguardo languido, la voce paternalista, il gesto sicuro di sé – è la parodia della mascolinità. Non è semplice intrattenimento: è critica sociale travestita da risata.
Avete mai guardato qualcuno fare una cosa normalissima e, improvvisamente, avete visto quella cosa in modo completamente diverso? È esattamente quello che succede quando si guardano i video di parodia della mascolinità sui social cinesi. Una donna ripresa dalla telecamera, abbassa lo sguardo in modo lento e calcolato, sistema i capelli con un gesto studiato, e dice con tono condiscendente: “Lo faccio per il tuo bene.” E d’un tratto, milioni di spettatrici commentano: “Ma questo è esattamente quello che mi ha detto lui.”
Questo fenomeno, esploso su Douyin a partire dal 2023, è al centro di una ricerca condotta da Meng Lin nell’ambito del corso di Comunicazione e Genere dell’Università di Bologna. Il paper analizza come la parodia della mascolinità sui social sia diventata, nella cultura digitale cinese contemporanea, una forma sofisticata di critica di genere. Non un atto di odio verso gli uomini, ma uno specchio puntato su comportamenti talmente normalizzati da essere diventati invisibili — finché qualcuno non li ha imitati, esagerati, e ribaltati.
Come tutto è iniziato: “cammina per la strada degli uomini e non lasciare loro nessun posto dove andare” (走男人的路,让男人无路可走).
Il punto di partenza è una creatrice di contenuti chiamata Fang Touming, diventata virale nel 2023. I suoi video mostrano qualcosa di semplice: una donna che imita gli uomini. Ma non è una parodia generica. È una riproduzione minuziosa di gesti, espressioni e frasi tipicamente associati a quella che in cinese si chiama “mascolinità oleosa” — traducibile con “greasy”, in inglese, o con il nostro “viscido”, ma con una sfumatura più ampia: l’uomo troppo sicuro di sé, che posa per sembrare affascinante, che usa parole patinate per esercitare controllo.
La frase che riassume lo spirito di questi video è diventata un motto virale: “Cammina per la strada degli uomini e non lasciare loro nessun posto dove andare.” Un’inversione totale di prospettiva: se certi comportamenti sono considerati normali o addirittura attraenti quando li fanno gli uomini, cosa succede quando li fanno le donne? La risposta, nei commenti, è sempre la stessa: diventano visibili, scomodi, ridicoli.
La parodia della mascolinità sui social non è nuova, ma il digitale cambia tutto.
Per capire perché questo fenomeno abbia avuto una tale diffusione, occorre fare un passo indietro. Nei media tradizionali — televisione, cinema, pubblicità — la rappresentazione del genere ha seguito per decenni schemi ben precisi. L’uomo è il protagonista attivo, la donna è l’oggetto dello sguardo. Meng Lin riprende da Capecchi (2018) l’idea che i media abbiano storicamente partecipato alla riproduzione degli stereotipi di genere, rinforzandoli attraverso la ripetizione costante fino a farli sembrare “naturali.”
Ma con i social media qualcosa è cambiato. Le piattaforme digitali non sono più uno spazio in cui i contenuti vengono trasmessi dall’alto verso il basso: sono ambienti interattivi, dove gli utenti commentano, repostano, imitano, creano. E in questo spazio, le donne hanno trovato un formato nuovo per parlare di esperienze che prima rimanevano confinate alla sfera privata. Meng Lin riprende da Farci e Scarcelli (2022) l’idea che i media digitali abbiano trasformato la Comunicazione da processo unidirezionale a negoziazione continua: i significati non sono più fissati dai produttori, ma costruiti collettivamente dagli utenti.
La parodia della mascolinità sui social è uno degli esiti più originali di questa trasformazione. Non è propaganda femminista nel senso tradizionale. È umorismo. È intrattenimento. Ma è anche, e soprattutto, un modo per rendere visibili dinamiche di potere che altrimenti restano nell’ombra.
Il “maschio oleoso”: anatomia di un’immagine parodiata.
Prima di parlare di parodia, bisogna capire cosa viene parodiato. Meng Lin identifica tre dimensioni principali dell’immagine maschile che circola su Douyin e che è diventata il bersaglio preferito delle creatrici di contenuti.
La prima è il linguaggio del corpo. Sui social cinesi, prima che arrivasse la parodia, si era già consolidato un repertorio visivo molto riconoscibile: scene al rallentatore con sigaretta in bocca, pose dopo una partita di basket, sorrisi calcolati, sguardi insistenti. Questi gesti venivano — e vengono ancora — presentati come simboli di fascino maschile. Ma, come osserva la ricercatrice riprendendo da Butler (1990), il genere non è un’essenza naturale: è qualcosa che si costruisce attraverso comportamenti ripetuti, performance sociali. E quando quei comportamenti vengono imitati e amplificati dalle creatrici di parodia, la loro natura costruita — artificiale, studiata, replicabile — diventa evidente.
La seconda dimensione è lo sguardo. Meng Lin riprende da Mulvey (1975) il concetto di “male gaze” — lo sguardo maschile — per spiegare come nei media visivi gli uomini siano storicamente i soggetti attivi che guardano, mentre le donne siano gli oggetti passivi guardati. Nei video parodiati, questo sguardo viene smontato: le creatrici lo imitano, lo esagerano, lo rivolgono verso i soggetti maschili. E quello sguardo, che sembrava normale, diventa improvvisamente intrusivo.
La terza dimensione è la lingua. E qui si entra nel territorio del PUA — acronimo di “Pick-Up Artist” — una cultura di seduzione basata su tecniche di manipolazione psicologica. Frasi come “Lo faccio per il tuo bene”, “Perché sei così difficile?”, “Non ti fidi di me?” costruiscono un modello comunicativo in cui l’uomo ha sempre l’ultima parola, e la donna che reagisce viene trasformata automaticamente nel problema. Meng Lin riprende da Connell (2005) il concetto di “mascolinità egemonica” per spiegare come queste strutture linguistiche non siano eccezioni, ma espressioni di un sistema più ampio che mantiene gli uomini in posizione dominante nelle relazioni di genere.
Come funziona la parodia: ripetizione, esagerazione, ribaltamento.
La parodia della mascolinità sui social funziona attraverso tre meccanismi principali, che Meng Lin analizza con precisione.
Il primo è la ripetizione. Le creatrici non inventano comportamenti: li riproducono. E proprio questa fedeltà all’originale è ciò che rende la critica efficace. Quando un gesto viene riprodotto decine di volte, in video diversi, da donne diverse, smette di sembrare l’espressione spontanea di un individuo e comincia a sembrare quello che è: una formula. Una performance. Qualcosa che si impara, si replica, si consuma. Meng Lin riprende da Butler (1990) l’idea che la ripetizione stessa sia il meccanismo attraverso cui la parodia produce critica: non è il singolo video a smontare un comportamento, ma l’accumulo di imitazioni che ne espone la natura costruita.
Il secondo meccanismo è l’esagerazione. I video non si limitano a copiare: amplificano. Lo sguardo languido diventa uno sguardo da film dell’orrore. Il tono paternalistico diventa caricaturale. La promessa del futuro roseo diventa una lista infinita di bugie dette con voce melliflua. L’eccesso non è gratuito: serve a rendere visibile ciò che nella versione “originale” passa inosservato.
Il terzo meccanismo è il ribaltamento di genere. Alcuni video fanno qualcosa di ancora più radicale: prendono comportamenti tipicamente diretti dalle donne verso gli uomini e li invertono. Una donna che fischia a un uomo per strada. Una donna che lo scruta dall’alto al basso. Una donna che usa su un uomo le stesse frasi condiscendenti che lui userebbe su di lei. E la reazione dei soggetti maschili — imbarazzo, disagio, incertezza — diventa la prova più eloquente che quei comportamenti non erano mai stati “normali”: erano semplicemente tollerati, da chi aveva meno potere.
I commenti come spazio di negoziazione collettiva.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda non i video in sé, ma i commenti. Meng Lin analizza le sezioni commenti come spazi in cui le spettatrici non si limitano a esprimere approvazione o disapprovazione, ma costruiscono attivamente significati condivisi. Sotto i video di parodia dei comportamenti non verbali maschili, i commenti più frequenti esprimono disagio e riconoscimento insieme. “Non riesco a guardare queste scene da sola.” “Appena ha fatto quella faccia ho subito pensato a uno che conosco.” Non è solo umorismo: è proiezione emotiva. Comportamenti che nella vita reale venivano ignorati o minimizzati diventano, attraverso la parodia collettiva, qualcosa che si può nominare, discutere, condividere.
I commenti assumono toni più ironici e più feroci, sotto i video di parodia del linguaggio PUA. “Non potresti dire queste cose senza aver frequentato almeno trenta uomini terribili.” “Quando ho usato la logica maschile in una relazione, lui ha detto che non lo amavo davvero.” Alcune spettatrici condividono screenshot di conversazioni reali con i loro partner, chiedendo: “Questo suona giusto?” I commenti diventano un laboratorio collettivo di decostruzione del linguaggio manipolativo. Le utenti iniziano a usare nei commenti le stesse frasi che tradizionalmente vengono usate per disciplinare le donne, ma applicate agli uomini. “Da grande uomo, dovresti sopportare.” “Forse gli piace essere corteggiato così.” Non è solo ironia: è un esercizio collettivo di esposizione dei doppi standard.
Perché questi video risuonano così tanto: la risonanza come critica.
La domanda più interessante non è “perché questi video sono divertenti”, ma “perché generano una risonanza così forte.” Meng Lin sostiene che la risposta stia nella corrispondenza tra la parodia e le esperienze reali delle spettatrici.
Molti comportamenti messi in scena nei video — lo sguardo intrusivo, il tono paternalistico, la manipolazione emotiva — non sono invenzioni grottesche. Sono riproduzioni fedeli di dinamiche che moltissime donne hanno vissuto in prima persona, ma che spesso non avevano avuto un nome, un formato, uno spazio pubblico in cui essere discusse. La parodia della mascolinità sui social fornisce esattamente questo: un vocabolario condiviso, una forma riconoscibile, uno spazio di elaborazione collettiva. Questo è il motivo per cui i like, i commenti e i repost non sono solo gesti di approvazione verso un video divertente: sono atti di riconoscimento reciproco. “Finalmente qualcuno l’ha detto.” “Anche a me è successo questo.” L’esperienza privata diventa esperienza collettiva. E l’esperienza collettiva diventa, lentamente, discorso pubblico.
Parodia della mascolinità sui social: limite o potenziale?
Meng Lin è onesta sui limiti della ricerca. I video analizzati sono quelli con più interazioni su Douyin, il che significa che non rappresentano tutta la varietà della Comunicazione di genere nelle piattaforme digitali cinesi. E l’analisi del pubblico si basa sui commenti visibili, non su interviste o osservazioni prolungate: non sappiamo davvero cosa pensino gli utenti al di là di quello che scrivono.
C’è anche una domanda che la ricerca lascia aperta: la parodia cambia davvero qualcosa? Smontare un comportamento attraverso l’ironia è diverso dal trasformarlo nella realtà. I video virali fanno ridere, generano commenti, ma è difficile misurare se e come modifichino le dinamiche di potere nelle relazioni concrete. Eppure, c’è qualcosa di significativo nel semplice fatto che questi video esistano e abbiano milioni di visualizzazioni. In una cultura mediatica tradizionale che per decenni ha presentato certi comportamenti maschili come normali, attraenti, o addirittura romantici, vedere quelle stesse dinamiche diventare oggetto di ilarità collettiva è già, in qualche misura, una trasformazione.
Uno specchio che deforma per mostrare meglio.
Alla fine, la parodia della mascolinità sui social funziona come uno specchio deformante. Non distorce la realtà per renderla irriconoscibile, ma la amplifica al punto da renderla finalmente visibile. Comportamenti che nella vita quotidiana scivolano via nell’invisibilità del “normale” — lo sguardo un po’ troppo insistente, la frase un po’ troppo paternalistica, la promessa un po’ troppo vuota — sotto la lente della parodia diventano oggetti di osservazione, discussione, critica. E forse la domanda più utile non è “questi video cambieranno il mondo?”, ma: cosa succede quando un’esperienza che era solo tua diventa, grazie a un video di trenta secondi, un’esperienza di tutti? Quando smette di essere colpa tua che non hai capito, e diventa una struttura che si può riconoscere, nominare, e — almeno per il tempo di un commento — ridicolizzare insieme?
Articolo tratto dal saggio “Masculine behavior parody on Douyin: a form of gender critique in Chinese digital media” di Meng Lin, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).
Testi più citati
Butler, J. (1990), Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge. Il testo fondamentale sulla performatività di genere: Butler sostiene che il genere non è un’essenza naturale ma qualcosa che si costruisce attraverso la ripetizione di comportamenti sociali e culturali. Un’idea che illumina perfettamente il meccanismo della parodia.
Capecchi, S. (2018), La Comunicazione di genere: Prospettive teoriche e buone pratiche, Carocci Editore. Una ricognizione accurata di come i media abbiano storicamente partecipato alla costruzione e riproduzione degli stereotipi di genere, con un’attenzione particolare al contesto italiano ed europeo.
Connell, R. W. (2005), Masculinities, University of California Press (2a ed.). Il testo classico sul concetto di “mascolinità egemonica”: l’idea che esistano forme dominanti di mascolinità che si mantengono attraverso pratiche sociali, culturali e discorsive — e che possono essere messe in discussione.
Mulvey, L. (1975), Visual Pleasure and Narrative Cinema, Screen, 16(3). Il saggio in cui viene teorizzato il concetto di “male gaze” — lo sguardo maschile come struttura di potere nei media visivi. Un’analisi degli anni Settanta che risulta sorprendentemente attuale nell’era dei video di trenta secondi.
Farci, M. & Scarcelli, C. M. (a cura di) (2022), Media digitali, genere e sessualità, Mondadori Università. Una raccolta di contributi che esplora come i media digitali stiano ridefinendo le rappresentazioni di genere e sessualità, con particolare attenzione ai meccanismi di partecipazione attiva degli utenti.
