Metafora meccanica, ipermaterialista per introdurre un argomento che da molti anni mi è molto caro: gli assi differenziali di potere.

Nell’analizzare il moto delle locomotive è d’obbligo considerarle sulle rotaie (linee rette)  è difficile trovare un volante nella cabina di pilotaggio di una locomotiva. Tutt’altro affare il moto di una automobile. Rispetto ad un punto immaginario e per far si che il volante possa agire sulla traiettoria rettilinea si devono indurre differenti velocità alle coppie di ruote attraverso l’asse differenziale dell’auto. Potenti ghiere meccaniche trasferiscono differenti forze alle ruote interne e alle ruote esterne, l’esito è far deviare, rispetto all’assela direzione della traiettoria rettilinea.L’immagine rende evidente la differenza di velocità relativa alla posizione assunta dalla ruota dx rispetto alla sx , e soprattutto rende evidenti le differenti forze che entrano in gioco quando incombe la necessità di procedere lungo la direzione desiderata.

Applichiamo l’immagine ai processi e agli attori dell’umano agire: l’asse è il framework (setting dell’azione), la direzione è lo scopo dell’azione, la posizione sono l’insieme di ruoli e funzioni esercitate per raggiungere lo scopo. Estendiamo l’immagine a livello macro e pensiamola applicata all’economia, alla politica, alla società e alla cultura e, forse, diventa evidente la definizione che ne fa Susan Stanford Friedman rispetto al femminismo post-colonialista “Il discorso del multiposizionamento, dell’intersezionalità o del posizionamento interagente rappresentava un allontanamento dalle modalità discorsive incentrate sul concetto di risveglio (NdA delle potenzialità della donna) e andava a creare una retorica di spazio che enfatizzava gli assi di differenza o gli assi di potere entro cui ogni dato individuo forma un’identità dotata di capacità d’azione e in grado di negoziare, con vari gradi di difficoltà, all’interno dell’ordine sociale” (1).

All’inizio degli anni ’90 divennne, per tanti femminismi, indispensabile essere in relazione con le donne di differenti appartenenze geografiche e razziali, pensiamo alle donne nere, asiatiche, alle donne del cosidetto terzo-mondo. E come dice D.Haraway è fondamentale posizionarsi dalla parte dei  soggetti dominati: condizione di lettura della realtà più imparziale e quindi più vera.

Continuamo la metafora per tentare di coglierne ulteriori sviluppi che, a mio parere, oggi costituiscono una grammatica e, soprattutto, un utile lessico descrittivo delle relazioni  sociali e culturali ed anche nelle relazioni amicali e amorose. Penso alla posizione che si occupa, il punto da cui si parla e il luogo entro cui si può negoziare la propria capacità d’azione.  Ed è nello spazio (privato e pubblico) che gli assi di differenza mostrano chi orienta la direzione delle nostre traiettorie di vita.

Con la parola žposizionamento (Ruoli e Competenze) la ANT (Actor-Network Theory) introduce un’altra utile parola, maschera, un altro modo per dire soggettività. Ma posizionamento permette anche di parlare di žPotere/Autorità: chi detiene il potere esprime una direzione autorevole? potere non è autorevolezza.

Ed è la parola maschera che permette di individuare, attraverso il copione da recitare, le norme e le regole. Nelle nostre relazioni è la normatività, esplicita e/o implicita, che ci permette di misurare il grado di libertà possibile e/o il grado di consapevolezza della posizione occupata ed infine il livello e l’efficacia della manipolazione di chi è nella posizine dominante. Infine è dalla parola spazio che siamo condotti a quella di žgeografie con i suoi derivati di centro/margine, inclusione/esclusione, confine/frontiera.

Ormai da tempo le posizioni femministe (J. Butler o e G. Spivak e tante altre ormai) analizzano i soggetti come il risultato di un processo in cui intervengono molteplici «differenziali di potere». Credo però che tanta insistenza sui soggetti e la loro, badate bene, fondamentale richiesta di tutele attraverso i diritti – penso ad un diritto di famiglia che ricomprenda le famiglie delle lesbiche, degli omosessuali e di tutti coloro che sentono il desiderio di essere riconosciuti dalle Legge – può nascondere un inganno. Tanta insistenza ha creato tante e nuove categorie del soggetto, ciascuna pronta e desiderosa di tracciare la direzione e di disegnare il proprio schema performativo. E forse stiamo perdendo di vista quando e come è all’opera l’asse di potere anche nelle relazioni all’interno delle categorie di soggetti marginali e fortemente nomadici.

Mi riferisco alla difficoltà di rintracciare l’asse di potere nelle relazioni all’interno di coppie amorose dello stesso sesso e/o all’interno di associazioni politiche di donne. Mancando il genere, questa volta prettamente fisico, che allerta e invoca dominazione e sub-alternità vissute come prerogativa maschile è difficile individuare l’asse differenziale di potere nella relazione amorosa fra due donne e fra socie.

E ancora di più nelle relazioni in contesti con forti marcature di genere. Penso a certi gruppi informali di segno separatista e lesbico. Spesso composti da soggettività la cui biografia è segnata profondamente dal desiderio di  affrancarsi, liberarsi dalla condizione di subalternità da norme e regole discriminatorie nei loro confronti. Single e prive di vincoli parentali perchè escluse dalla famiglia etero-sessuale. Bassi redditi, rispetto alla popolazione omosessuale di segno maschile, le donne lesbiche sono meno abbienti. Quasi per nulla rappresentate politicamente, anche per la loro fisiologica scomparsa nell’orizzonte dei femminismi durante l’egemonia del simbolico della differenza, almeno in Italia. Bassa scolarità, perchè “avere cultura” è un opzional al tempo del populismo dilagante. Il posizionamento, vista la natura pre-politica dell’aggregazione, è più che ai margini rispetto alle coalizioni dei  movimenti femministi e dei movimenti Queer/LGBT attivi nella sfera pubblica attuale. I gruppi si raccolgono attorno a luoghi/spazi di libertà dal Potere costituito dalla Legge, dal Mercato e dai vincoli Famigliari, spesso all’insegna delle pratiche amicali e dello stare insieme separate dal resto.

Ed è nel nesso luoghi/spazi di libertà con l’asse differenziale di potere che mi vorrei soffermare perchè è all’interno di aggregazioni di questo tipo che, in nome del riscatto da una condizione di sudditanza e di subalternità, le relazioni replicano inconsapevolmente (a volte consapevolmente) altri assi differenziali di potere. Il fascino, delle innumerevoli forme del privilegio, spesso di tipo economico, e delle innumerevoli maschere del potere privo di contenuti autorevoli, agisce e muove le diverse soggettività quando non vi è chiarezza sul senso e sul significato dello “stare insieme”. Se si perde di vista il bisogno profondo di umanità, di socialità e di amicizia delle relazioni umane, la trappola dell’asse di potere, con le sue maschere di dominatore e dominato, scatta ugualmente. Essere in relazione con altre simili per gusti e preferenze sessuali allora non è sufficiente. E, questa volta,  per chi è nella posizione del più debole, si è di fronte al doppio ricatto: rimanere nella posizione per il vincolo dell’appartenenza sessuale, rimanere nella posizione per il vincolo al gruppo amicale/associativo. Di fronte alla deumanizzazione attuata da un sistema orientato esclusivamente al profitto e all’utilitarismo non vi può essere nessun orizzonte di riscatto e nessuna  meta salvifica se si deroga dalla nostra umanità. E allora la domanda: perchè stare insieme?

Biblio

(1) S. Stanford Friedman 2006, “Globalizzazione e teoria culturale femminista: identità in movimento”, in R. Baccolini 2006 (a cura di), Le prospettive di genere. Discipline, Soglie, Confini, Bologna: Bononia University Press.