I paradigmi che fino alla soglia del secondo millennio permettevano di interpretare i fenomeni sociali sono diventati insufficienti. Tutto è cambiato, abbiamo a che fare con un’infrastruttura smart (intelligente) che permette ad alcuni miliardi di umani di comunicare e, con l’Internet delle Cose (IoT), di collegare tutto e tutti in una rete globale. La punta di diamante di questi oggetti è l’AI, che noi usiamo e addomestichiamo. Tutti noi utilizziamo Alexa, Siri, parliamo con le smart tv e in generale intratteniamo delle vere e proprie conversazioni con Google Assistant. Ma uno dei paradigmi non è mai tramontato ed è quello del patriarcato con i suoi assi differenziali di potere: c’è chi domina e chi è dominato. A tal proposito ci sembra importante rintracciare l’impronta patriarcale espressa dalle e dagli Assistenti Vocali (AV) dei dispositivi dell’attuale tecnologia.
Per le ricercatri, Y. Strengers e J. Kennedy, autrici del saggio Smart Wife (1), oltre a far presente il crescente numero di donne nella forza lavoro retribuita, sottolineano il calo dei tassi di matrimonio e di partner nelle cosiddette società avanzate. Affermano che le donne sono sempre più riluttanti a definire se stesse attraverso gli uomini. Tali fattori hanno prodotto quella che chiamano “siccità delle mogli”, fenomeno riscontrabile anche in culture a oriente come Cina e India . Questa siccità ha a sua volta portato a un boom nello sviluppo di nuove tecnologie progettate per svolgere il lavoro domestico tradizionalmente associato al ruolo della moglie. Siamo di fronte alla diffusione quasi furtiva degli AV digitali con voce femminile nelle nostre case e le conseguenze della reintroduzione di stereotipi obsoleti, come quelli della casalinga americana degli anni ’50, non sembrano prospettare miglioramenti nella condizione di subalternità di chi è dominatə.
Da parte delle industrie della casa intelligente (smart home) e della robotica c’è qualcosa di decisamente preoccupante nella sottile caratterizzazione dei loro prodotti come una figura di moglie nostalgica, a volte ispirata al porno. Il tropo, figura metaforica, di una giovane donna eterosessuale che è tollerante e occasionalmente invitante nei confronti delle avances sessuali maschili e persino delle molestie è ciò che emerge dal rapporto dell’UNESCO del 2019 e da altre analisi simili. Mentre stiamo cercando di superare queste rappresentazioni delle donne nella maggior parte delle società contemporanee, i dispositivi vengono programmati con una specifica visione di genere rispetto al loro funzionamento perchè chi li programma ha in mente la moglie perfetta. La maggior parte di queste voci, quando accendiamo il dispositivo per la prima volta, vengono fornite di default con voci femminili estremamente seduttive e suadenti. In pochi ci chiediamo perché avere in mente la moglie perfetta e non altre figurazioni. Potremmo cambiare la voce se il dispositivo permette la “personalizzazione”, per agire in tal senso si dovrebbe essere consapevoli del problema.
In questo modo viene veicolato un immaginario che ricorda, evoca i ruoli di servizio e cura nell’ambito domestico riservato alle madri, mogli, sorelle. Anche noi donne, utilizzatrici di questo tipo di tecnologia, non possiamo rimanere immuni dal condizionamento quasi inconscio dei nostri dispositivi. Il nostro inconscio registra e si appropria di questo tipo di sessuazione delle azioni compiute dentro la casa. Rappresentano una tipologia femminile passiva, subordinata e gli uomini si aspettano il medesimo atteggiamento dalle proprie madri, compagne, mogli, sorelle .
Il problema si sta svelando soprattutto nelle fasce adolescenziali, che con questi dispositivi introiettano una rappresentazione della figura femminile sottomessa dentro la casa.
Una sorta di madre a disposizione per qualsiasi funzione. L’introiettare un ruolo oppure un altro è tipico della formazione dell’adolescente ma se si introietta il dualismo dominatore e dominato scegliamo di identificarci con la parte che domina.Se i dispositivi non obbediscono e non fanno quello che vogliamo
è abbastanza comune assistere a manifestazioni quali aggressività e rabbia .
Nel tempo, l’attuale tecnologia, si legherà a innumerevoli dispositivi. La centralità, fino a una dozzina di anni fa, era il personal computer oggi è il cellulare Domani scomparirà anche il cellulare e avremo decine e decine di micro-manifestazioni vocali che ci permetteranno di gestire i dispositivi. Sarà sempre più pregnante il discorso d’insieme, l’immaginario che costituirà la visione del mondo che i dispositivi veicoleranno. Se questo prospetta un rapporto con i dispositivi del tipo dominatore e dominato anche i ruoli degli umani diventeranno molto rigidi. Se non si ha voglia di fare lo sforzo di interagire, con cognizione di causa, i dispositivi ci domineranno, viceversa se li vogliamo dominare senza capirli, prima o poi, saremo sopraffatti da emozioni distruttive come nelle immagini riportate.
È la stessa dinamica riscontrata della violenza di genere, per questo ritengo che sia molto importante soffermarci sull’analisi della voce degli Assistenti vocali come ha fatto Flavia Fabbri, laureanda all’Unibo.Per lei sono troppo pochi gli studi realizzati ad oggi sugli stili conversazionali dei principali Assistenti Vocali, che secondo le stime dell’UNESCO gestiscono complessivamente oltre il 90% delle interazioni vocali con gli esseri umani. Per il corso di Media digitale e genere dell’a.a. 2023/24 ha svolto un’analisi qualitativa di contenuto della rappresentazione di genere degli AV che parlano la lingua italiana. Oltre ad aver indagato il motivo per cui le Aziende preferiscono fornire di default le voci femminili perchè il timbro vocale e la percezione sociale delle voci femminili sono più accoglienti e disponibili rispetto a quelle maschili, il suo lavoro conferma l’ipotesi che la genderizzazione degli AV contribuisce al rafforzamento dei pregiudizi di genere e delle disuguaglianze, poiché attribuisce loro caratteristiche femminili stereotipate come la sottomissione e la servilità.
Per questo, secondo Flavia Fabbri, “molte aziende decidono di utilizzare voci diverse a seconda dei contenuti e dei servizi offerti: maschili se si tratta di servizi e informazioni autorevoli, femminili se sono solo utili. La tecnologia è vista come un aiuto, di cui però ci si vuole sentire padroni. In definitiva, le aziende si limiterebbero a rispondere alle esigenze del mercato, attribuendo ai propri prodotti le caratteristiche che ne assicurano un maggior volume di utilizzo e, quindi, di vendite. Tuttavia, attribuire agli assistenti vocali caratteristiche umane è una decisione che va molto oltre le mere questioni di mercato. Voce e personalità vanno naturalmente di pari passo. Attribuire alla macchina qualità umane positive quali l’empatia, la disponibilità e la gentilezza contribuisce a facilitarne l’interazione. Tali qualità sono tradizionalmente associate alla figura femminile e al suo ruolo di cura e assistenza: se l’uomo è autorevole e leader, la donna è disponibile e altruista. I modelli linguistici con cui vengono addestrati gli assistenti vocali li rendono servili e sottomessi. Ne deriva che la semplice attribuzione di una voce femminile e tratti di personalità femminili a una macchina, che viene percepita come genderizzata e che è finalizzata al servilismo passivo, ne fa un pericoloso strumento di rafforzamento dei gender bias e delle disuguaglianze di genere.” Estratto da Come gli assistenti vocali rinforzano i gender bias (qui è disponibile il download) che fornisce innumerevoli esempi concreti proprio a partire dall’utilizzo di Siri di Apple, Cortana/Copilot di Microsoft, Alexa di Amazon e Google Assistant di Google in lingua italiana.
(1) Smart Wife, Why Siri, Alexa, and Other Smart Home Devices Need a Feminist Reboot, The MIT Press 2020.


