Sessismo ambivalente per la Generazione Z: galanteria, cortesia e pregiudizio benevolo — quando la gentilezza nasconde un sistema di controllo.
Aprire la porta, pagare il conto, accompagnare a casa. Gesti che molti compiono senza pensarci, inquadrandoli come semplici atti di cortesia. Ma cosa succede se quella cortesia è asimmetrica — rivolta sempre nella stessa direzione, fondata sulla presunzione di debolezza di chi la riceve? Noemi Pollicina ha deciso di mettere alla prova questa domanda, scegliendo di studiare il sessismo ambivalente Generazione Z attraverso sei interviste qualitative a coetanei e coetanee. Quello che ha trovato è un panorama più contraddittorio — e più istruttivo — di quanto ci si aspetterebbe.
Sessismo ambivalente e Generazione Z — la domanda di partenza: la galanteria è davvero una forma di rispetto?
La ricerca di Pollicina nasce da una constatazione semplice ma insidiosa: le discriminazioni di genere non si manifestano sempre in modo aperto o aggressivo. Molto spesso si celano dietro standard narrativi di cortesia — in dinamiche apparentemente innocue, persino lusinghiere. Il problema più difficile da nominare è che la svalutazione delle capacità femminili viene filtrata attraverso atti di benevolenza che, pur apparendo gentili, ribadiscono costantemente la distanza tra chi protegge e chi deve essere protetto. È questa la logica del sessismo benevolo: una logica che si è storicamente costruita sull’intreccio tra cavalleria medievale, ideologia borghese e romanticismo — e che oggi sopravvive nelle interazioni quotidiane.
Il punto di partenza teorico è la distinzione fondamentale tra sesso e Genere. Il sesso è biologico; il genere è una costruzione sociale che definisce attributi, comportamenti e ruoli considerati “appropriati” all’interno di una cultura. Gayle Rubin (1975) aveva già teorizzato il sistema sesso/genere come un sistema asimmetrico gerarchico, capace di reprimere le caratteristiche spontanee di ciascuno a favore di un ordine prestabilito. Robert William Connell ha poi articolato questo sistema attraverso tre dimensioni: il lavoro (chi fa cosa), il potere (chi decide) e la catessi (le relazioni affettive). Da queste dimensioni emergono i modelli ideali: la mascolinità egemone — che promuove forza fisica, aggressività e indipendenza — e la femminilità enfatizzata — che valorizza cura, dolcezza e disponibilità sessuale. Questi due modelli non operano in isolamento: si completano reciprocamente. La mascolinità egemone ha bisogno della femminilità enfatizzata per confermare la propria autorità; e questa reciprocità crea un equilibrio asimmetrico in cui la sottomissione femminile non viene vissuta come coercizione, ma come risposta “naturale” alla forza maschile, garantendo la stabilità dell’intero ordine di genere.
I dati ISTAT confermano la persistenza di questi stereotipi nelle generazioni più giovani: il 24,9% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ritiene che le donne trovino piena realizzazione solo nella cura domestica; il 21,2% crede che gli uomini siano più adatti alle discipline scientifiche. Sono i numeri di una struttura culturale che continua a funzionare — e che la galanteria, in questo contesto, contribuisce a mantenere in vita.
Dalla cavalleria medievale all’Ottocento: le radici storiche di un codice asimmetrico.
Il termine “galanteria” deriva dal francese galant, che in origine indicava una persona elegante e raffinata, capace di comportarsi con cortesia soprattutto verso le donne. Le sue radici affondano nell’ideale medievale della cortesia cavalleresca — un codice morale che includeva il rispetto per le donne, la protezione dei deboli e l’uso di modi raffinati. Come ricostruisce lo storico Georges Duby, la galanteria medievale aveva anche lo scopo di separare la nobiltà dal popolo e di disciplinare le pulsioni dei giovani cavalieri inserendoli nei meccanismi di corte. L’amor cortese che si diffuse nelle corti europee tra il XII e il XIII secolo ribaltava i rapporti di forza solo simbolicamente: il cavaliere si dichiarava “servitore” della dama, ma questo omaggio formale avveniva all’interno di una struttura giuridica in cui la donna non godeva di alcuna autonomia reale. La galanteria medievale era, di fatto, un’estensione del rapporto vassallatico: la dama diventava l’oggetto di un servizio ritualizzato che ne sanciva, paradossalmente, la passività sociale — un “oggetto” da contemplare e conquistare all’interno di un codice interamente maschile.
Nel Rinascimento la galanteria si raffinò ulteriormente. Con Il Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione (1528) divenne parte integrante dell’educazione aristocratica. Ma come ha mostrato la storica Joan Kelly nel celebre saggio Did Women Have a Renaissance? (1984), se per l’uomo il Rinascimento rappresentò un’espansione di libertà creative e politiche, per la donna si tradusse in una restrizione degli spazi di autonomia reale — trasformandola in una “donna di palazzo”, costantemente sotto osservazione. La differenza era nella finalità: l’uomo doveva apparire eccellente per essere ascoltato; la donna doveva mostrarsi impeccabile per non essere giudicata. La galanteria rinforzava questa asimmetria trasformando l’attenzione all’immagine in uno strumento di disciplina del comportamento femminile.
Tra il XVII e il XVIII secolo, con il suo apice nella Francia di Luigi XIV, la galanteria divenne una barriera di classe. Norbert Elias, ne La società di corte (1974), ha analizzato come le buone maniere si trasformassero nello strumento principale attraverso cui l’aristocrazia si distingueva dalla “rozzezza” delle classi popolari. Fu però con l’ascesa della borghesia nel XIX secolo che la galanteria assunse la connotazione che osserviamo ancora oggi: un rituale fondato sulla presunta debolezza e fragilità femminile. La donna ideale divenne l'”angelo del focolare” — custode della morale domestica ed esclusa dai diritti politici e civili. I gesti galanti (porgere il braccio, aprire la porta, pagare il conto) non erano semplici cortesie: erano atti di possesso e limitazione, simboli che ribadivano l’incapacità della donna di muoversi autonomamente nello spazio pubblico senza la tutela maschile. È questo il momento in cui la galanteria smette di essere un semplice codice di buone maniere per rivelarsi come una manifestazione storica di sessismo non ostile: un sistema che, premiando la donna per il suo adeguamento a un ruolo passivo e protetto, ne maschera e ne giustifica la persistente asimmetria sociale.
Sessismo ambivalente Generazione Z e la teoria di Glick e Fiske: ostilità, benevolenza e galanteria come sistema unico.
È in questo contesto storico che si innesta la teoria centrale della ricerca: il sessismo ambivalente di Peter Glick e Susan Fiske (1996). I due psicologi sociali hanno scardinato l’idea che il sessismo si manifestasse unicamente attraverso ostilità ed aggressività esplicita, estendendo l’osservazione a forme di pregiudizio più profonde e stratificate — capaci di mimetizzarsi dietro atteggiamenti in apparenza benevoli. Con sessismo si intende, nella definizione della Treccani, “l’atteggiamento di chi (uomo o donna) tende a giustificare, promuovere o difendere l’idea dell’inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile e la conseguente discriminazione operata nei confronti delle donne in campo sociopolitico, culturale, professionale, o semplicemente interpersonale”. La teoria del sessismo ambivalente — ambivalente perché comprende contemporaneamente due atteggiamenti contraddittori verso le donne — identifica due componenti distinte ma complementari.
Il sessismo ostile è una forma di pregiudizio esplicito e aggressivo che svaluta le donne ritenendole inferiori o minacciose per il potere maschile. Opera come sanzione sociale punitiva nei confronti di chi sfida i ruoli tradizionali e si concretizza in espressioni come “donne al volante, pericolo costante”, “non fare la femminuccia”, “lascia stare, sono cose da maschi”, “una donna bella non può essere anche intelligente”, “se mette la scollatura poi non può decidere chi la guarda”. Le sue conseguenze sono gravi: impatto psicologico pesante sulle singole vittime, alimentazione di dinamiche di mascolinità tossica, molestie e discriminazione in ambito lavorativo.
Il sessismo benevolo è, per molti versi, ancora più insidioso. Consiste in un insieme di atteggiamenti che, pur essendo sostanzialmente sessisti — in quanto vedono le donne in modo stereotipato e ne limitano i ruoli — si presentano celati da toni apparentemente positivi. Le donne vengono idealizzate come esseri puri da proteggere e supportare, il cui amore è considerato essenziale per completare l’uomo. Si manifesta attraverso tre dimensioni chiave: il paternalismo (la subordinazione femminile come protezione); la differenziazione di genere (superiorità morale riconosciuta alle donne, ma esclusivamente nei ruoli domestici e di cura); l’eterosessualità (la donna come partner romantica “essenziale” per completare l’uomo). Le sue espressioni concrete includono: l’idealizzazione e la “cavalleria” (“le donne sono creature speciali, vanno protette”; “il gentil sesso”); il rinforzo dei ruoli di genere (“lascia stare, sono cose da uomini”; “sei così ordinata e dolce, sei nata per fare la mamma”); i complimenti a “doppio taglio” (“non hai bisogno di studiare, sei così bella”; “sei troppo intelligente per essere una donna”); la gestione delle emozioni (“non prendertela, sei troppo sensibile”, spesso usato per sminuire la reazione a un commento sessista).
Sul piano dei gesti fisici il sessismo benevolo si concretizza nel paternalismo e nella protezione eccessiva: offrirsi di svolgere compiti “da uomini”; accompagnare una donna a casa non per sicurezza concreta ma per l’idea che non sia in grado di provvedere a sé stessa nel tragitto; insistere nel pagare il conto riaffermando il ruolo di breadwinner. Un esempio emblematico analizzato da Pollicina è il cosiddetto “menù di cortesia” usato in alcuni ristoranti di élite: il menù senza prezzi consegnato alle ospiti donne. Sebbene giustificato come atto di galanteria, agisce come un potente meccanismo di subordinazione — escludendo la donna dalla conoscenza del costo del pasto, la si priva dell’autonomia economica e si delega interamente all’uomo il potere decisionale. Non è un gesto isolato: contribuisce a mantenere in vita un sistema di dipendenza in cui la donna viene relegata a una posizione di passività e l’uomo viene confermato nel suo ruolo di unico detentore del controllo.
È importante sottolineare che sessismo ostile e benevolo non sono alternativi, ma componenti complementari di un unico sistema: più sessismo ostile si manifesta in una società, più le persone tendono ad accettare anche il sessismo benevolo (Glick et al., 2000). La benevolenza funge da “giustificazione morale” per l’ostilità, rendendola accettabile sia per gli uomini — che si vedono come protettori e non come oppressori — sia per le donne, che ricevono vantaggi materiali e psicologici in cambio della sottomissione. Il romanticismo ha storicamente agito come catalizzatore ideologico, capace di trasformare la restrizione della libertà femminile in un privilegio da desiderare: i gesti galanti vengono assecondati perché offrono una gratificazione immediata — lo status di donna “degna di cure” — che maschera la perdita di autonomia a lungo termine, rendendo la dipendenza non solo accettabile ma parte integrante del desiderio amoroso.
Sessismo ambivalente Generazione Z — sei voci a confronto: l’indagine qualitativa.
Per verificare empiricamente come questi meccanismi vengano percepiti nelle interazioni contemporanee, Pollicina ha condotto un’intervista semi-strutturata — circa tredici domande — su sei partecipanti appartenenti alla Generazione Z: tre donne (Nadia, Elena, Sofia) e tre uomini (Andrea, Tiziano, Giacomo). La scelta di un campione paritetico rispetto al genere ha risposto alla necessità di indagare se e in che misura la percezione della galanteria differisca tra maschi e femmine, esplorandone le sfumature interpretative all’interno di ciascun gruppo.
Il primo dato significativo è nelle parole chiave associate spontaneamente al termine “galanteria”. Nadia sceglie “genere, tradizione, attenzione” — una lettura analitica che la inquadra subito come fenomeno legato agli stereotipi e non neutro; Elena opta per “gentilezza, accortezza e altruismo”, spostando il focus su una dimensione etica universale; Sofia la ancora alla sfera relazionale con “gesto, romantico e coppia”. Sul fronte maschile: Andrea propone una sintesi tra romanticismo e consapevolezza con “pensierini, gentilezza e consapevolezza”; Tiziano la associa a “educazione, eleganza e ordine”, richiamando una visione estetica e formale della socialità; Giacomo indica “passato, raffinatezza e maschile”, evidenziando immediatamente la sua natura storica e di genere. Questi costrutti di riferimento hanno guidato le risposte durante tutta l’indagine, emergendo con coerenza nei nuclei tematici individuati.
Sul versante della distinzione tra galanteria e gentilezza, tutti i partecipanti operano una netta separazione: la galanteria è percepita come un “sottoinsieme” della gentilezza, ma vincolato al genere. Per Nadia, Elena, Giacomo e Sofia, la galanteria è un comportamento “costruito” o un “copione” legato al contesto romantico ed eterosessuale. Nadia lo chiarisce con precisione: «La galanteria io la associo alla distinzione di genere e quindi qualcosa che fa una persona di sesso maschile verso una persona di sesso femminile»; Elena la collega più a «un contesto romantico, di appuntamento». Sofia introduce il sospetto del “secondo fine”: «Secondo me un gesto galante ha un secondo fine. Invece un gesto gentile lo fai perché lo vuoi fare e basta… la vedo come un qualcosa di costruito potenzialmente». La gentilezza, al contrario, viene descritta come un atto “sincero”, che “viene dal cuore” (Tiziano) e “senza connessione in alcun modo al genere o al sesso” (Nadia). Un dato interessante viene da Tiziano, che sovrappone la galanteria all’ordine e all’eleganza estetica, mostrando come essa possa mimetizzarsi nel “buon costume” fino a nasconderne la natura asimmetrica.
Sul vissuto emotivo delle donne che ricevono gesti galanti emerge un dato trasversale: una sensazione diffusa di obbligo di accettazione e di debito sociale. Elena ammette una sorta di resa di convenienza: «Non ho mai accettato per cortesia, ma per per tregua sì»; Sofia confessa di sentirsi «un po’ in dovere di accettarlo»; Nadia descrive di essersi sentita «in difetto se magari aveva pagato il conto […] come se il suo gesto prevedesse in qualche modo qualcosa in cambio». Queste testimonianze rispecchiano esattamente il meccanismo teorizzato da Glick e Fiske: la benevolenza crea un sistema di aspettative reciproche che, più che liberare, vincola — e che nelle nuove generazioni suscita reazioni di disagio sempre più consapevoli.
Nella sfera professionale, il giudizio dei partecipanti è unanime: la galanteria, quando applicata al lavoro, è un ostacolo alla parità. Nadia la definisce senza mezzi termini «discriminazione mascherata da gentilezza»: sollevare una donna dalle responsabilità per una presunta fragilità emotiva ne mina, di fatto, la credibilità e l’agency lavorativa. Elena ricollega il problema direttamente alla mascolinità tossica: «La donna è considerata più emotiva ma perché a lei è permesso di piangere, invece a un uomo nella società non è permesso mostrarsi debole». Tiziano conclude che decidere di “proteggere” qualcuno senza consultarlo rappresenta un «esercizio di controllo ingiustificato e non richiesto»: il paternalismo, anche quando mosso da intenzioni apparentemente benevoli, rimane una forma di prevaricazione che nega l’autodeterminazione della persona.
Un tema trasversale emerso con forza è quello della “crisi maschile”: la paura del giudizio. Giacomo ha espresso con chiarezza la tensione che caratterizza il “nuovo modello” di uomo, in bilico tra tradizione e nuove consapevolezze, dichiarando di temere che i propri gesti galanti vengano interpretati «come simbolo che l’uomo è superiore… […] come un qualcosa che viene dal patriarcato». Questa “paura del giudizio” è il segnale di una maschilità tradizionale che ha iniziato a percepire i propri automatismi come potenzialmente oppressivi — il timore che la propria cortesia venga scambiata per sessismo sta portando alcuni uomini a un irrigidimento relazionale che la ricerca legge non solo come limite, ma anche come possibile innesco per un cambiamento consapevole.
Sessismo ambivalente Generazione Z — dalla galanteria alla gentilezza: verso una cortesia neutra rispetto al genere.
Il punto di convergenza di tutta la ricerca è la distinzione concettuale tra galanteria e gentilezza. Mentre la galanteria è tradizionalmente asimmetrica e unidirezionale — indirizzata da uomo a donna, fondata sull’idea che lei sia intrinsecamente fragile — la gentilezza presuppone simmetria e bidirezionalità. La sfida, come articola Pollicina, risiede nel declinare i gesti tipici del sessismo benevolo secondo una prospettiva neutrale e universale: aprire la porta a chiunque abbia le mani occupate; offrire supporto lavorativo basandosi sulle necessità oggettive del collega, non sul suo genere; dividere equamente il conto al ristorante come pratica di simmetria sociale; accompagnare a casa per cura verso la persona, non per un obbligo basato sul sesso biologico. L’oggetto della riflessione non risiede nei gesti in sé — che in un’ottica neutrale risultano gradevoli — quanto nella loro reale motivazione: finché tali condotte rimarranno vincolate a una specifica categorizzazione del genere femminile, esse continueranno a rappresentare un raffinato strumento di controllo e limitazione.
Le visioni di futuro emerse dalle interviste convergono su questo punto. Elena preferisce una nuova concezione di galanteria, neutrale e disconnessa dal genere, come simbolo di progresso — l’eliminazione di ogni differenza di trattamento per livellare le condizioni dei sessi. Nadia introduce il concetto di equità: una società civile non deve trattare tutti in modo uguale meccanicamente, ma intervenire dove c’è un bisogno specifico, indipendentemente dal sesso («Quando tu non hai una cosa io cerco di aiutarti e viceversa»). Il punto di accordo di tutti i partecipanti è che il traguardo non sia l’eliminazione della cortesia, ma il suo superamento come performance di genere: la transizione dalla galanteria alla gentilezza come possibile soluzione.
La citazione con cui Pollicina chiude il capitolo sulla gentilezza — tratta da Gianrico Carofiglio — vale come bussola finale: «La pratica della gentilezza è una scelta, e per esercitarla ci vuole coraggio. Perché la gentilezza, lo abbiamo detto all’inizio e lo ripetiamo alla fine, è ben altra cosa dalla cortesia, dalle buone maniere, dal garbo o dalla gradevolezza. La natura della gentilezza autentica emerge quando per praticarla dobbiamo superare la paura, vincere la rabbia, a volte superare la disperazione. Dare senso. Essere umani.»
Il passaggio dalla galanteria alla gentilezza non è dunque un aggiustamento lessicale né un gesto simbolico. È la trasformazione di un sistema — storico, culturale, profondamente interiorizzato — che richiede, prima di tutto, il coraggio di interrogarsi sulle motivazioni che stanno dietro ai propri gesti abituali. I dati di questa ricerca mostrano che la Generazione Z è sensibile alle dinamiche di genere, nonostante palesi, in alcuni casi, una lieve difficoltà nel riconoscere le manifestazioni del sessismo nella sua declinazione benevola. È proprio lì, nella zona grigia tra cortesia e pregiudizio, tra protezione e controllo, che il lavoro di decostruzione consapevole ha ancora più senso.
Articolo tratto dal saggio “La galanteria: tra cortesia e sessismo ambivalente. Un’indagine sulla percezione della generazione Z” di Noemi Pollicina, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).
Testi più citati
Glick P., Fiske S.T. (1996), The Ambivalent Sexism Inventory: Differentiating Hostile and Benevolent Sexism, in «Journal of Personality and Social Psychology», vol. 70, pp. 491–512. Il testo fondante della teoria del sessismo ambivalente: la distinzione tra sessismo ostile (aggressivo e punitivo) e benevolo (idealizzante e protettivo) come componenti di un unico sistema che si sostengono vicendevolmente — entrambi orientati a perpetuare la disuguaglianza di genere attraverso meccanismi opposti ma complementari.
Connell R.W. (1987), Gender and Power: Society, the Person and Sexual Politics, Stanford University Press, Stanford. L’ordine di genere articolato nelle dimensioni del lavoro, del potere e della catessi; il concetto di mascolinità egemone e femminilità enfatizzata come modelli ideali complementari — il pilastro teorico per comprendere perché la galanteria non sia un gesto isolato ma un tassello strutturale del sistema patriarcale.
Elias N. (1974), La società di corte, Einaudi, Torino. L’analisi del processo di civilizzazione che ha trasformato la galanteria in barriera di classe nella Francia di Luigi XIV: le buone maniere come strumento di distinzione e controllo sociale. Il passaggio che Pollicina ricostruisce — dalla corte aristocratica alla società borghese delle sfere separate — spiega come la galanteria sia diventata un meccanismo di subordinazione fondato sulla presunta fragilità femminile.
Carofiglio G. (2020), Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose, Feltrinelli, Milano. La distinzione netta tra gentilezza autentica — scelta coraggiosa, universale, slegata da ruoli e aspettative di genere — e cortesia come codice sociale. Il testo che fornisce la bussola etica per pensare al passaggio dalla galanteria come performance patriarcale alla gentilezza come pratica civile e paritaria.
