La concezione marxiana di un mondo in cui gli esseri umani possono usare le macchine per liberarsi dalla miseria e dalla fatica del lavoro ha esercitato ed esercita un’enorme attrazione, resa attuale da innumerevoli sforzi per far progredire l’automazione tecnologica.  Nell’attuale epoca del capitalismo delle piattaforme digitali, vi sono ormai sufficienti analisi dell’animal laborans (1). Abbiamo a disposizione saggi, ricerche e, più in generale, paper e letteratura grigia nel web sulle trasformazioni dell’attività lavorativa. Tutte concordi nel parlare di una svolta antropologica del lavoro umano dagli esiti incerti se non catastrofici per l’ambiente e per il bios del pianeta, tanto da decretare la fine dell’antropocene e l’avvento del capitalocene.

Finto lavoro - finta intelligenza

foto Oleksandr Hnatenko

Nelle analisi delle nuove forme organizzative del lavoro umano, colpisce la  comparsa di una maggiore consapevolezza, da parte degli studi sociali e culturali, delle trasformazioni della sfera produttiva messe in campo dai programmi software e da tutto ciò che oggi viene definito Intelligenza Artificiale (2). A mio parere, è sorprendente scoprire fenomeni di finzione lavorativa, quella che D. Graeber chiama “lavori stronzata” (Bullshit Jobs)(3), ma è altrettanto sorprendente scoprire fenomemi di finzione nelle espressioni dell’intelligenza artificiale, all’opera soprattutto nelle piattaforme software di principali colossi dell’ICT.

Disagio e non senso.

 Sembra che i processi di riorganizzazione avviati dall’introduzione dell’automazione tecnologica non abbiano portato al mitico “lavorare meno” anzi, l’avvento della società dell’informazione ha comportato un’intensità lavorativa degna di nuove denunce e critiche. Secondo D. Graeber sempre più dipendenti si ritrovano, non diversamente dai lavoratori sovietici all’epoca del socialismo reale, a fingere di lavorare. Pagati per 40 o anche 50 ore a settimana ne lavorano effettivamente 15 per aggiornare fogli excel, stilare rapporti e compilare modulistica per le audizioni necessarie al mantenimento degli standard di qualità. Il resto del loro tempo è impiegato per partecipare a seminari motivazionali, per gestire rapporti iper-conflittuali con colleghi di lavoro e per fingere di essere totalmente assorbiti nell’interazione con il computer per lavoro quando, in realtà, si aggiorna i propri profili di Facebook, si download musica, video ecc. pur di arrivare alla fine della giornata lavorativa.

Si può essere in disaccordo con D. Graeber per le sue imprecise distinzioni sul lavoro produttivo e improduttivo (4) e soprattutto per la totale mancanza dell’approccio di genere delle sue analisi, perché, senza andare a scomodare le analisi economiche femministe, M. Castells (6) ha dedicato un intero volume alla trasformazione economico-sociali in capo alle mutate condizioni di vita delle donne. L’autore dovrebbe tener conto dell’odierna femminilizzazione del lavoro che ne ha ridefinito il mercato, le mansioni e le professioni. Ma l’antropologo e attivista politico D. Graeber da voce (e sono quelle di migliaia e migliaia di feed back ricevuti dopo la pubblicazione di un suo articolo (5) nel 2013)  a tante vite lavorative trascorse nella prigionia di un cartellino da timbrare per avere l’indispensabile retribuzione a fine mese.

Da voce a milioni di amministratori di medio livello – per D. Graeber “passacarte salariati “ – che vengono tenuti a libro paga, non perché svolgono una funzione necessaria, ma in quanto consentono la proliferazione di gerarchie, di piramidi di potere, e di catene di comando in cui ciascuno è il superiore di qualcuno, ed allo stesso tempo ognuno è anche il fattorino di qualcuno. Da queste voci emerge un non senso (…) una sorta di inutilità, in primis lavorativa e poi esistenziale, foriera di tanta frustrazione e depressione.

Disastri del vizio di fingere. Fligth, La banalità del male e il Sindaco di Riace. 

finto lavoro - finta intelligenzaTorna alla mente Flight, un film del 2012, interpretato da Denzel Washington,  con la regia di Robert Zemeckis. Continuando a nascondersi dietro la divisa di pilota d’aereo, Whitaker trascina la sua vita tra gli eccessi dell’alcool. Paure e fallimenti, dipendenza e finzione, costantemente nascosti dietro bugie mastodontiche pur di poter continuare a svolgere il lavoro.  E’ straordinaria la messa in scena della dinamica della finzione,  del castello di menzogne del protagonista che negli anni si fanno sempre più ingombranti ed ingestibili.  La rottura avviene quando, merito la sua abilità di pilota, evita la catastrofe dell’aereo da lui condotto in stato etilico. Le cause sono un guasto meccanico ma le sue condizioni possono essere nascoste al prezzo di distruggere la memoria della defunta assistente di volo, sua amante. La conclusione della narrazione è la redenzione di un magnifico Denzel Washington che decide di esporsi alla sentenza di colpevolezza nonostante le regole del sistema giudiziario americano gli offrivo cavilli per sottrarsi. Il discorso sul castello di menzogne  appena fatto si applica, mutatis mutandis, anche alle soggettività di quelle innumerevoli voci che esprimono tanto disagio nonostante abbiamo un lavoro e una retribuzione. Al di là dell’entertainment cinematografico che offre elementi di redenzione a patto di assumere connotati quasi eroici, è pur vero che  l’atteggiamento riflessivo e di responsabilità necessari per sottrarsi al castello di menzogne sul posto di lavoro richiede coraggio. E per tanti, è solo nella finzione lavorativa che ci si può preoccupare della propria sopravvivenza. Ne siamo sicuri?

La coppia, finanziarizzazione dell’economia e capitalismo delle piattaforme digitali, ha sicuramente bisogno di una iper-burocratizzazione del lavoro – i passacarte salariati di cui sopra –  e, nulla di nuovo, Max Weber all’inizio del secolo scorso l’aveva ben spiegato. All’oggi, vorrei attualizzare la critica weberiana alla burocrazia (7) e lo sconvolgente manifesto aredtiano (8) sulla “banalità del male”. Per Hannah Arendt vi è un nesso diretto fra la “razionalità” espressa dalle pratiche burocratiche e le pratiche orrorifiche dell’Olocausto.

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foto di Mac Couyant sala della “Shalechet” (foglie cadute) – Museo ebraico di Berlino

Non so, per quali vie, ho associato l’analisi dell’attuale finzione lavorativa svolta nelle aziende, considerate ormai giganteschi generatori di complesse gerarchie fine a se stesse, all’analisi aredtiana? Forse perchè il vizio di fondo è lo stesso: la finzione! e si sa che il pervicace allenamento alla finzione e alla bugia allena l’anima umana a mentire e a ridurre la complessità del reale in ciò che fa comodo. Alla piccola e media borghesia tedesca, spagnola e italiana dell’epoca del nazi-fascismo fece comodo credere alla gigantesca menzogna della finanza ebrea colpevole del debito e della depressione economica. Di menzogna in menzogna, di finzione in finzione, una massa di individui “normali” (dice Arendt, come Eichmann) agirono in base alle leggi e agli ordini dei propri superiori. Nell’ombra della “terribile normalità” della gente comune di quel tempo furono compiute le più grandi atrocità che il mondo avesse mai visto, non vi fu riflessione sul contenuto delle regole (leggi razziali) ma incondizionata applicazione. Arendt pose la questione della “banalità del male” nei termini di un comportamento umano che obbedisce (catena del comando) e che non ha colpe e per ciò stesso espelle e  rifiuta tutto ciò che non è la “normalità”. Ma oggi che non vi è, in apparenza, la violenza fisica tipica dei totalitarismi a far rispettare le regole cos’è che muove all’obbedienza? a mio parere è il nuovo regime della finzione. Di nuovo: di menzogna in menzogna, di finzione in finzione, che emenda da qualsiasi colpa e responsabilità, intere generazioni non sono educate alla riflessività, che fa’ domande. Domande che potrebbero smascherare la nuova banalità del male insita in comportamenti “normali” che giustificano nuove forme di disumanità come quella di “mettere agli arresti domiciliari” un Sindaco, liberamente letto, perchè non ha rispettato le Leggi sull’immigrazione italiane e ha celebrato un matrimonio fra una donna della Nigieria con un uomo dell’Italia, residente a Riace. 

 

Nel capitalismo delle piattaforme.

In una società globalizzata e iperconnessa assistiamo continuamente alla nascita di nuove forme di auto-governo e modelli di produzione, che si differenziano sia dal modello statale che da quello aziendale forse esentandoci dalle derive totalitarie e dalle derive libertarie. Ma non ci preserva dai nuovi e pervasivi framewok della finzione.
“La gestione logistica del lavoro attraverso le piattaforme digitali, che si propongono come mercati automatizzati che fanno incontrare chi vende e compra forza lavoro” (9), finge di contrastare i pregiudizi e le ­discriminazioni del mercato del lavoro reale. Mercati che obbligano ad una frenetica accumulazione seriale di occupazioni, contratti, attività più o meno retribuite (10). Nei fatti si è creato un sistema che cerca di disintermediare le relazioni e di gestire grandi masse di lavoro con minimi investimenti e nessuna tutela sindacale.
La digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, che si propone di semplificare e automatizzare la burocrazia trasformando la cittadinanza in una utenza parametrizzata, genera nuove forme di diseguaglianza. I nuovi esclusi sono coloro che non rientrano nei parametri fissati dalle correlazioni statistiche.
La socialità e, in generale, la produzione culturale gestita dalle piattaforme social e dal search engine in base a illusori indici di reputazione oggettivi. Vengono premiano comportamenti e contenuti in base a griglie di preferenze preordinate e targettizzate, lo scopo è quello di condizionare l’atteggiamento al consumo dei prodotti pubblicizzati dal proprietario della piattaforma.
Sono solo alcune macroscopiche espressioni di un nuovo dispositivo di normazione-obbedienza sociale,  istaurato dalle procedure del software, e che il regime della finzione rafforza nel generale clima di suggestioni della retorica dell’innovazione e del progresso scientifico. Perchè anche la risonanza e il valore, dato ai risultati raggiunti nella realizzazione di forme di intelligenze artificiali, a volte mira a dequalificare l’agire umano, ritenuto fallace e inefficiente, per un essere computazionale giudicato superiore e a cui si deve obbedienza. Quest’ultimo in realtà e per fortuna non esiste anche se spesso maschera “i lavori che si svolgono nel back office delle organizzazioni d’impresa, negli indotti dei subfornitori, all’alba e al tramonto negli uffici, nell’ombra dove studenti, precari e inoccupati lavorano per rendere intelligenti gli algoritmi.” (11).

Conclusioni 

Con questo non voglio dire che tutta la ricerca e lo sviluppo sull’intelligenza artificiale sia una mistificazione e nemmeno che tutto il lavoro dipendente, nelle economie sviluppate dell’Europa e del Nord America, sia da ricondurre ad un agire burocratizzato insensato.

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particolare Gradiva ritrova le rovine antropomorfiche (fantasia retrospettiva)

A mio parere dovremmo avere il coraggio di mettere in connessione il  profondo disagio espresso nel “mondo del “lavoro” con i recenti successi elettorali delle destre populiste, perché rancore e intolleranza hanno radici profonde negli attuali dispositivi di normazione-obbedienza. Allo stesso tempo dovremmo mettere in connessione  lo sviluppo sull’intelligenza artificiale con il desiderio altrettanto profondo di cambiare la prospettiva in cui siamo costretti a vivere. Ritengo che “la piena automazione”, “il reddito universale” e “il futuro”, per citare il titolo di un saggio di Nick Srnicek e Alex Williams, siano da prendere in seria considerazione perché come dice S.Dalì “L’intelligenza senza ambizione è un uccello senza ali.”

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(1)Hannah Arendt Vita attiva,  La condizione umana, Milano, Bompiani, 1989

(2) Herry Kaplan “Di che cosa parliamo quando parliamo di intelligenza artificiale” in Forward 08(marzo 2018) numero monografico “Intelligenza artificiale.Come mandare il futuro nella giusta direzione.” Roma, Pensiero Scientifico Editore.

(3) David Graeber “Bullshit Jobs”, Garzanti Libri, Milano 2018.

(4) Lavori, stronzate, e la burocratizzazione del mondo di Jason E.Smith (in francosenia.blogspot.com agosto 2018) fonte:The Brooklyn Rail – Critical Perspectives on Arts, Politics, and Culture.

(5)  art. web del 2013 di David Graeber “Sul fenomeno dei lavori stronzata” , all’epoca fece il giro delle Rete tanto che The Economist e il The New Yorker lo rilanciarono creando un certo scalpore. Questo il link al testo, tradotto in italiano.

(6) Manuel Castells, Il potere delle identità, Milano  Università Bocconi Editore, 2014.

(7) Max Weber, L’ etica protestante e lo spirito del capitalismo, EditoreBUR Biblioteca Univ. Rizzoli.

(8) Hannah Arendt, La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme. Universale Economica Feltrinelli.

(9) Intervista a Tiziana Terranova: «Quando il capo è una piattaforma digitale», pubblicata nel Manifesto il 22.02.2017.

(10)Roberto Ceccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, ManifestoLibri 2018. Recensione di Marco Ambra.

(11) David Graeber “Sul fenomeno dei lavori stronzata ”.