Femminismo Terrone: donna meridionale, stereotipi e cultura di massa tra Malèna e TikTok — come i media hanno inventato la “donna del Sud”

A cena di lavoro, la tua responsabile ti guarda e dice: “Tu sei proprio la classica donna siciliana.” È un complimento? Un’osservazione? Un’etichetta? Giorgia Pistorio, studentessa siciliana trasferitasi a Bologna, ha scritto una ricerca per rispondere. Quello che ha trovato attraversa secoli di storia, interi scaffali di cinema italiano e i dati di 83 questionari.

Il Femminismo Terrone: donna meridionale, stereotipi e cultura di massa tra Malèna e TikTok è il filo che Giorgia Pistorio segue nella sua ricerca. Non è un’indagine astratta: nasce da un’esperienza precisa e urticante. Qualche anno fa, durante una cena di lavoro, la sua responsabile la guarda e dice: “Tu sei proprio la classica donna siciliana.” Una frase che sembra un complimento e invece apre una crepa. Perché quella frase esiste? Cosa la alimenta? E soprattutto: chi l’ha costruita? La risposta non è semplice — attraversa tre secoli di storia, il cinema di Tornatore e Sorrentino, i reality show televisivi, le canzoni pop meridionali, TikTok e 83 questionari compilati da donne italiane tra i 18 e i 60 anni. Pistorio apre il suo lavoro con una citazione di Maria Rosa Cutrufelli che dice già tutto: «Donna e meridionale. Esisteva fra le due cose un nesso, un legame fatto di dolore, orgoglio e passione. Ero doppia. Doppiamente suscettibile, doppiamente intrappolata nella coscienza del mio essere.»

Femminismo Terrone: donna meridionale, stereotipi e cultura di massa tra Malèna e TikTok — la domanda di partenza

Il concetto di Femminismo Terrone nasce da una presa di coscienza precisa. Pistorio descrive il momento in cui si è resa conto di vivere una doppia discriminazione: come donna e come meridionale. Non due discriminazioni separate che si sommano, ma qualcosa di specifico e irriducibile — un’esperienza che il femminismo mainstream faticava a cogliere perché tendeva a trattare tutte le donne come se condividessero lo stesso punto di partenza. Una donna di Milano e una donna di Palermo hanno molte battaglie in comune, ma non tutte: la seconda porta con sé qualcosa di aggiuntivo — lo stigma geografico, l’accento da nascondere, il corpo esotizzato, la cultura trattata come folklore arretrato. «Ho iniziato a realizzare che io stavo vivendo una doppia discriminazione. È stato come svegliarsi da un sonno dogmatico.»

Il Femminismo Terrone, spiega Pistorio, non è un manifesto neoborbónico né una nostalgia identitaria. È uno strumento di analisi: vuole sottrarre la questione meridionale alla retorica del semplice “rifacimento nazionale” e restituirla a una visione decoloniale e transnazionale. La chiave teorica è l’intersezionalità — l’idea che le discriminazioni non funzionino a compartimenti stagni. Non si è discriminate “in quanto donne” da una parte e “in quanto meridionali” dall’altra: le due dimensioni si intrecciano, si moltiplicano, producono qualcosa di specifico che non si può comprendere guardandole separatamente. Essere donna è una condizione sociale attraversata da aspettative e pregiudizi. Essere donna e meridionale lo è doppiamente.

Il Sud come “Altro”: tre secoli di costruzione dell’immagine

Per capire perché esiste la “donna siciliana classica”, bisogna prima capire come il Sud stesso è stato costruito nell’immaginario italiano. Pistorio parte da lontano. Nel 1748, il filosofo Montesquieu sosteneva che i climi freddi producessero popoli virtuosi e moralmente superiori, mentre quelli caldi portassero a debolezza e asservimento. Un’idea ridicola? Certo. Ma che ha avuto una fortuna enorme. I viaggiatori del Grand Tour iniziarono a descrivere il Sud Italia come un luogo decadente, esotico, quasi orientale. Alexandre Dumas, nel 1853, avvertiva i turisti che in Sicilia non avrebbero mai mangiato nulla di buono.

Con l’Unità d’Italia, questa visione si istituzionalizzò. Riprende da Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop Pistorio la definizione del processo post-risorgimentale come «prima esperienza di colonialismo interno in Italia»: il Mezzogiorno diventa l'”Altro” — il corpo estraneo, arretrato, incivile, da addomesticare come un animale in gabbia. Nel 1876, Franchetti e Sonnino pubblicano la loro Inchiesta in Sicilia, trattando il Meridione come un caso patologico da studiare e correggere. Pistorio applica a questo schema la teoria dell’orientalismo di Edward Said: l’Occidente ha costruito l'”Oriente” come entità esotica, irrazionale e subordinata non per descrivere una realtà, ma per giustificare il proprio dominio. Lo stesso meccanismo, sostiene Pistorio, ha funzionato in Italia con il Sud. E il corpo della donna meridionale è diventato, in questo schema, un territorio doppiamente colonizzato: dal patriarcato e da questo colonialismo interno all’italianità.

I media non descrivono la realtà: la costruiscono

La parte teorica della ricerca convoca tre grandi tradizioni di pensiero. Riprende dalla Scuola di Francoforte Pistorio l’idea che i media, nelle mani della classe dominante, non si limitino a divertire: alienano, omologano, creano consumatori passivi che interiorizzano la visione del mondo di chi detiene il potere. Riprende da Stuart Hall la teoria per cui l’identità è un prodotto della rappresentazione: non esiste prima di come viene raccontata, viene modellata dalle immagini che circolano. E riprende da McLuhan l’intuizione che “il medium è il messaggio”: non conta solo cosa si dice, ma attraverso quale mezzo lo si dice.

Messe insieme, queste idee producono una domanda scomoda: se la donna del Sud viene mostrata sempre in un certo modo — passionale, eccessiva, folkloristica, sessualizzata o succube della tradizione — a un certo punto quella rappresentazione smette di essere una descrizione e diventa una prescrizione. Diventa il modo in cui la donna meridionale viene vista, giudicata e — il punto più sottile — il modo in cui rischia di vedersi. I media non si limitano a riflettere la realtà: la costruiscono attivamente, e quella costruzione ha conseguenze materiali sulla vita delle persone.

Femminismo Terrone: donna meridionale, stereotipi e cultura di massa tra Malèna e TikTok — l’analisi dei prodotti culturali

Malèna (Giuseppe Tornatore, 2000) è il caso di scuola. Monica Bellucci interpreta una donna siciliana di bellezza straordinaria, che cammina per il paese mentre tutti la desiderano o la invidiano. Parla pochissimo — e quando lo fa, sfoggia un accento siciliano posticcio. La fotografia idolatra il suo corpo. Il film mostra la «sessualità repressa del popolo meridionale, che ha una tendenza maschile a sessualizzare un corpo, e una tendenza femminile a provare invidia e gelosia per altre donne più desiderate»: non c’è soggettività, non c’è pensiero, c’è un corpo da guardare.

Benvenuti al Sud (Luca Miniero, 2010) funziona con un meccanismo diverso ma ugualmente rivelatore. Le due protagoniste sono costruite come opposti perfetti: Maria, meridionale (Angela Finocchiaro), è emotiva, calorosamente mediterranea, sempre con il figlio in braccio, abbigliata in modo da evidenziare le forme. Silvia, settentrionale (Valentina Lodovini), è razionale, moderna, quasi fredda. L’intenzione satirica non impedisce all’effetto di cristallizzare le differenze invece di metterle in discussione. Parthenope (Paolo Sorrentino, 2024) ha suscitato un dibattito acceso. Pistorio coglie in questo film una «dicotomia geografica» precisa: al Sud la protagonista frequenta ambienti crudi e compie esperienze “balorde”; al Nord si trasferisce per fare carriera, come se il viaggio verso il Nord fosse una catarsi, un modo per ripulirsi dal passato meridionale. Quando a Parthenope viene chiesto “a cosa pensi?”, lei risponde con sguardi languidi e ammiccianti — la donna meridionale come creatura istintiva e misteriosa, priva di pensiero critico.

The White Lotus (stagione 2, Sicilia) mostra lo sguardo straniero: la Sicilia come paradiso per i turisti americani, le donne locali come «carne da macello». Due ragazze del posto compaiono come escort — per realizzare i loro sogni devono vendersi in una terra trasformata in prodotto esotico. Rita De Crescenzo, tiktoker napoletana ospite da Francesca Fagnani a Belve, completa il quadro. Pistorio la analizza con lucidità: «Rita De Crescenzo non rompe nessuno schema, si inserisce all’interno di una narrazione già scritta. Il suo successo risiede nella sua capacità di rassicurare il pubblico nazionale che lo stereotipo sia davvero reale: una donna meridionale istintiva, eccentrica e segnata dal destino.» L’esempio forse più paradossale: la canzone Al mio Paese di Serena Brancale, Levante e Delia — tre donne meridionali — riproduce fazzoletti in testa, gonne lunghe, veli. Persino chi il Meridione lo ha vissuto finisce per replicare l’immagine che il sistema mediale ha normalizzato. È la prova di quanto quelle rappresentazioni siano state profondamente interiorizzate.

Femminismo Terrone: donna meridionale, stereotipi e cultura di massa tra Malèna e TikTok — i dati del questionario

La parte finale della ricerca è empirica: un questionario somministrato a 83 donne italiane tra i 18 e i 60 anni. I risultati confermano con i numeri quello che l’analisi teorica aveva anticipato.

Oltre il 59% delle partecipanti ritiene che il corpo della donna del Sud Italia sia rappresentato in modo ipersessualizzato rispetto a quello delle donne del Nord. L’espressione “bellezza mediterranea” è percepita in modo profondamente ambivalente: alcune la vivono come un complimento genuino, un riconoscimento delle proprie radici; altre la descrivono come un’etichetta riduttiva, una forma di esotizzazione. Nelle risposte aperte la parola “visione coloniale” ricorre con frequenza inaspettata.

Il dato forse più netto riguarda le donne meridionali migrate al Nord — circa il 47% del campione. Filtrate le risposte di questo sottogruppo, emerge che praticamente nessuna ha risposto “mai” o “raramente” alla domanda se le fosse mai stato imitato o deriso l’accento. La quasi totalità risponde “sempre” o “spesso”. Pistorio chiama questo fenomeno mimetismo: molte donne smettono di parlare con il proprio accento, lo nascondono, lo correggono, soprattutto in contesti professionali. La propria voce diventa un elemento da gestire, un rischio da calcolare. Le risposte alla domanda “Se potessi cambiare un solo elemento della narrazione mediatica sulle donne del Sud, quale sarebbe?” dicono tutto: «Il fatto che vengano sempre viste come persone non colte»; «Al sud le donne non sono solo custodi delle cattive eredità dei mariti»; «La passione non proiettata solo verso la tradizione ma anche verso il proprio mestiere e futuro».

Decolonizzare l’immaginario: la conclusione della ricerca

Pistorio chiude con una presa di posizione chiara. Il suo percorso sul Femminismo Terrone: donna meridionale, stereotipi e cultura di massa tra Malèna e TikTok approda a una conclusione netta: la soluzione non è aggiustare qualche film o scrivere qualche articolo più equilibrato, ma costruire una narrazione decoloniale e femminista delle memorie tramandate. Riconoscere che esistono storie meridionali ancora taciute — la storia di Franca Viola, che nel 1966 fu la prima donna a rifiutare il “matrimonio riparatore”; le canzoni ribelli di Rosa Balistreri; le storie del collettivo Malafimmina, che opera in Sicilia coniugando femminismo e critica decoloniale — e portarle alla luce.

La frase finale della ricerca vale come sintesi: «Lottare affinché nessuna donna debba più dire “ma sai da noi come funziona… cosa ci possiamo fare…”.» Quella rassegnazione interiorizzata è il punto di arrivo più preciso di tutto il lavoro. Non lo stereotipo in sé — che pure esiste, nei film, nei talk show, nelle canzoni — ma il momento in cui una donna meridionale smette di combatterlo perché ha finito per credere che sia davvero la sua natura.

Lo spunto per noi lettori: la prossima volta che guardiamo un film, ascoltiamo una canzone o seguiamo un personaggio sui social, vale la pena chiedersi da dove viene la rappresentazione che stiamo consumando. Chi l’ha costruita. Con quali interessi. E chi viene lasciato fuori dall’immagine.


Articolo tratto dal saggio “Femminismo terrone: la donna meridionale e il Mezzogiorno riflessi negli specchi della cultura di massa” di Giorgia Pistorio, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).


Testi più citati

Said, E. (1978), Orientalismo, Einaudi. La costruzione dell'”Altro” come entità esotica e subordinata al servizio del dominio: il framework teorico che Pistorio applica al rapporto tra Nord e Sud Italia, mostrando come lo stesso meccanismo che Said individua nel rapporto Occidente/Oriente abbia funzionato all’interno dei confini nazionali italiani.

Hall, S. (1997), Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, Sage. L’identità come prodotto della rappresentazione: non esiste prima di come viene raccontata, viene modellata dalle immagini che circolano. Strumento essenziale per capire come la “donna meridionale” sia una costruzione culturale prima ancora che una realtà.

Giuliani, G., Lombardi-Diop, C. (2013), Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, Le Monnier. Il processo post-risorgimentale come prima esperienza di colonialismo interno: il Mezzogiorno addomesticato come “Altro”, con le implicazioni di genere che ne derivano per le donne meridionali.

Cutrufelli, M. R. (1975), Donna, perché piangi?, Mazzotta. La citazione che apre la ricerca di Pistorio: la doppia condizione di donna e meridionale, la doppia subordinazione, la doppia resistenza. Un testo degli anni Settanta che parla ancora con forza al presente.

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