Boxe al femminile e allenarsi alla boxe a Gaza: quando i guantoni diventano uno strumento di libertà.

Il filo conduttore è la “femminilità alternativa” — donne che praticano sport da combattimento senza rinunciare alla propria identità femminile, in contesti geopolitici radicalmente diversi.

Immaginate di allenarvi in un seminterrato senza finestre né ventilazione, senza sacchi da boxe né attrezzatura vera. Poi immaginate che quel seminterrato sia nella Striscia di Gaza, e che la sola vostra presenza lì — donne che praticano uno sport da combattimento — costituisca già un atto politico. La ricerca di Martina Rizzoli mette al centro esattamente questo: la boxe al femminile e allenarsi alla boxe a Gaza come pratiche di negoziazione del genere, del corpo e della libertà. Ma porta anche una palestra di muay thai a Bologna, per mostrare quanto le stesse domande si pongano in contesti radicalmente diversi.

Boxe al femminile e allenarsi alla boxe a Gaza — un corpo che non si rassegna.

Gli sport da combattimento — boxe, muay thai, arti marziali miste — sono stati storicamente associati a valori di forza, aggressività e resistenza, tradizionalmente ricondotti alla mascolinità. Per molto tempo questi spazi sono stati percepiti come esclusivamente maschili: un terreno in cui le donne non erano solo meno presenti, ma attivamente marginalizzate. La crescente partecipazione femminile nei MACS (Martial Arts and Combat Sports, come vengono chiamati nella letteratura scientifica) sta progressivamente mettendo in discussione questi stereotipi. Ma che cosa significa, per una donna, abitare uno spazio da combattimento?

La risposta parte dalle teorie del genere. Riprende da West e Zimmerman (1987) Martina Rizzoli il concetto di “doing gender”: il genere non come dato biologico, ma come qualcosa che si fa e si produce attraverso le interazioni sociali quotidiane. Riprende da Judith Butler (1990) la nozione di performatività: è attraverso la ripetizione di pratiche, gesti e discorsi che mascolinità e femminilità prendono forma. Ogni volta che una donna entra in palestra e impugna i guantoni, sta negoziando — e potenzialmente ridefinendo — la propria identità di genere.

Un ostacolo che emerge dalla letteratura è quello che le ricercatrici Eleanor Metheny e Jan Felshin (1974) chiamano il “female apologetic”: la tendenza di molte atlete a compensare la dimensione percepita come “maschile” dello sport attraverso un’enfatizzazione della propria femminilità. Questo meccanismo può limitare il pieno sviluppo atletico e contribuisce a mantenere l’idea della superiorità “biologica” maschile nello sport. In alternativa, riprende da Mimi Schippers e Jennifer Carlson il concetto di “femminilità alternativa” attraverso pratiche riconoscibili come femminili ma che mettono in discussione l’egemonia maschile, coniugando competenza atletica e identità di genere in modo innovativo.

Lo sport da combattimento è un affare da uomini? Mascolinità egemonica e accesso femminile ai MACS.

Per comprendere le difficoltà che le donne incontrano nei MACS occorre capire cosa si intende per mascolinità egemonica. Il termine, elaborato dalla sociologa Raewyn Connell, descrive il modello dominante di maschilità che si afferma come norma — non necessariamente praticato dalla maggioranza degli uomini, ma imposto come standard attraverso le istituzioni, i media e le pratiche culturali. Nei MACS, questo modello si traduce in una codificazione patriarcale dei corpi e delle pratiche sportive che privilegia la forza fisica maschile come parametro universale.

Le donne che entrano in questi spazi si confrontano con disuguaglianze di potere, discriminazione e forme di violenza simbolica. Permane il “centrefold imperative” — espressione usata dalla sociologa Lindsay Jennings per descrivere la pressione sulle combattenti femminili a rispondere a canoni estetici di desiderabilità eteronormativa. Le donne che mettono in discussione queste norme possono subire esclusione sociale o bullismo. Un aspetto rilevante è il modo in cui molte donne accedono ai MACS inizialmente attraverso una dimensione legata al fitness: le arti marziali vengono promosse come pratiche estetiche e tonificanti. Questo ingresso “addolcito” abbassa la soglia per chi potrebbe percepire uno sport da combattimento come incompatibile con la propria identità femminile — ed è spesso l’inizio di un percorso più profondo verso forme alternative di identità.

Boxe al femminile e allenarsi alla boxe a Gaza — il caso Gaza Boxing Women.

Il primo caso studio è quello che rende tutto diverso. Gaza Boxing Women è un’associazione di pugilato femminile nata nella Striscia di Gaza nel 2020, su iniziativa di Reema Abu Rahma. Rizzoli conduce un’intervista in profondità con la fondatrice: racconta come tutto sia cominciato da un bisogno personale di autodifesa, trasformatosi progressivamente in una pratica collettiva per decine di donne e ragazze di qualsiasi credo, etnia e classe sociale.

Gaza è un contesto che moltiplica le difficoltà. Prima ancora dell’attacco israeliano del 7 ottobre 2023, la pratica sportiva era percepita come un lusso — un privilegio fuori portata per chi vive sotto embargo, con condizioni economiche precarie e una forte pressione sociale e culturale. Per le donne la situazione era ulteriormente aggravata: dall’adolescenza in poi, il controllo sociale si intensifica, limitando la libertà di movimento e la partecipazione ad attività pubbliche. La possibilità stessa che le donne praticassero la boxe non era nemmeno immaginata dalle giovani di quella generazione: le limitazioni di genere non operano solo a livello pratico, ma restringono anche l’orizzonte delle possibilità simboliche.

L’incontro con Osama Ayoub, ex pugile diventato allenatore, rende concreta per la prima volta l’idea di una pratica pugilistica femminile. Quello che nasce come un gruppo informale si trasforma grazie ai social media — Instagram in particolare — in uno spazio collettivo più ampio, capace di intercettare una domanda di partecipazione femminile alla boxe che nessuno aveva misurato. Le condizioni materiali dell’allenamento evidenziano la precarietà: un seminterrato senza finestre né ventilazione, privo di attrezzatura sportiva. Eppure, proprio questa precarietà contribuisce a rafforzare il senso di comunità. Le sessioni iniziano con musica, danza, momenti di dialogo e condivisione. La palestra diventa un luogo protetto in cui sperimentare modalità alternative di vivere il proprio corpo, la propria forza e la propria presenza pubblica.

Dal seminterrato ai campi profughi: la palestra che resiste alla guerra.

La visibilità del progetto porta però anche conseguenze negative. Le immagini diffuse su Facebook espongono le partecipanti a reazioni ostili da parte dei settori più conservatori. Reema racconta episodi di minacce esplicite, incitamenti alla violenza e pressioni sociali che hanno portato alcune partecipanti ad abbandonare il progetto. Lo sport femminile diventa così un terreno di negoziazione tra sistemi normativi diversi, in cui il corpo delle donne è continuamente oggetto di interpretazione, controllo e contestazione da parte degli uomini.

Per rispondere a queste tensioni, Gaza Boxing Women sviluppa strategie di legittimazione sociale: attiva reti femministe locali, coinvolge figure riconosciute dalla comunità e costruisce un discorso centrato sulla protezione e la salute femminile. Non una contrapposizione frontale alle norme culturali esistenti, ma un adattamento strategico che amplia gradualmente gli spazi di partecipazione.

L’inizio della guerra produce una trasformazione radicale, ma non la cessazione. Le sessioni proseguono attraverso forme improvvisate: cuscini usati come punching bags, tende trasformate in palestre temporanee, spazi di fortuna nei campi profughi. Durante le fasi più acute della carestia, l’organizzazione garantisce pasti regolari alle partecipanti, diventando una rete di supporto materiale essenziale. La pratica collettiva preserva relazioni sociali e senso di normalità in condizioni estreme. La leadership si ridefinisce attraverso forme di agency transnazionale, distribuita tra chi è rimasto a Gaza e chi è stato costretto a fuggire.

Boxe al femminile e allenarsi alla boxe a Gaza — la palestra di muay thai a Bologna.

Il secondo caso studio porta la ricerca in tutt’altro contesto: la palestra Muay Thai Boran di Bologna. Rizzoli somministra un questionario a un gruppo di praticanti di muay thai inserite in un contesto di allenamento misto. Le partecipanti presentano livelli di esperienza molto diversi — da chi è alle prime sessioni a chi ha anni di pratica — e questo permette di osservare come lo sport da combattimento venga vissuto sia come scoperta iniziale sia come pratica consolidata nel tempo.

Le motivazioni di accesso restituiscono uno scenario eterogeneo: autodifesa, bisogno di sicurezza, gestione della rabbia, ricerca di disciplina, volontà di empowerment personale, desiderio di mettere in discussione gli stereotipi di genere. Non solo obiettivi atletici, dunque: le donne entrano nella palestra portando con sé bisogni identitari, corporei ed emotivi. Dal punto di vista delle emozioni emerge una trasformazione significativa tra l’entrata e l’uscita dalla palestra: le emozioni iniziali — spesso ansia, rabbia o tensione accumulata — vengono convertite in spensieratezza, gioia, serenità e soddisfazione. L’allenamento agisce come dispositivo di regolazione emotiva, in cui il corpo converte tensioni in forme di rilascio controllato.

Sul rapporto con il corpo, la maggior parte delle partecipanti esprime una percezione corporea positiva o in miglioramento: il corpo femminile viene progressivamente sottratto a una concezione esclusivamente estetica per assumere caratteristiche di forza, controllo e competenza. Particolarmente significativa è l’unanimità delle risposte sulla sicurezza: tutte le partecipanti si sentono più sicure fuori casa da quando praticano muay thai. La disciplina non produce solo abilità tecniche, ma modifica la percezione di sé nello spazio pubblico. Nell’allenamento misto rimangono tuttavia dinamiche persistenti: gli uomini tendono a modificare il proprio comportamento in relazione alle donne, attraverso eccessiva cautela, atteggiamenti protettivi o mansplaining. Il cambiamento è lento, contraddittorio — e tuttavia reale.

Boxe al femminile e allenarsi alla boxe a Gaza — due contesti, una sola domanda sul genere.

La comparazione tra i due casi è il contributo più originale della ricerca. Gaza e Bologna sono contesti radicalmente diversi per storia, geopolitica, struttura sociale e condizioni materiali. Eppure in entrambi il corpo rappresenta uno spazio privilegiato di trasformazione, seppur con possibilità e vincoli profondamente differenti.

A Gaza, la boxe assume una dimensione radicale: è una pratica di sopravvivenza, resistenza quotidiana e costruzione comunitaria in un contesto di conflitto e oppressione decennale. Il corpo femminile diventa terreno politico di contestazione delle restrizioni materiali e simboliche imposte alle donne. La pratica pugilistica rappresenta simultaneamente un atto di autodifesa, gestione del trauma, produzione di speranza e costruzione di spazi sociali alternativi. La possibilità stessa di allenarsi è già, in quel contesto, una rottura simbolica rispetto a un orizzonte in cui tale opzione era storicamente quasi impensabile. A Bologna, la muay thai emerge come strumento di sicurezza personale, gestione emotiva, autodisciplina e trasformazione dell’autopercezione corporea. Le dinamiche di genere persistono anche qui, ma la pratica appare orientata alla costruzione di forme di femminilità più forti, autonome e consapevoli.

Il risultato comune — e più significativo — è quello che Rizzoli chiama “femminilità alternativa”: le donne impegnate nei MACS non vogliono rinunciare alla propria identità femminile, ma si appropriano di qualità storicamente associate alla mascolinità egemonica. Competenza fisica, autonomia corporea e identità femminile coesistono, destabilizzando l’idea che il combattimento sia un dominio esclusivamente maschile. I MACS si rivelano così non semplici spazi di inclusione sportiva, ma laboratori sociali in cui il genere viene continuamente agito, negoziato e potenzialmente trasformato. La palestra — qualunque palestra, in qualunque parte del mondo — è anche questo: un luogo in cui il corpo impara ad abitare la propria forza, al di là di quello che ci è stato insegnato che dovessimo essere.


Articolo tratto dal saggio “Being a female fighter in a man’s world: come le donne abitano gli sport da combattimento in contesti socio-culturali differenti” di Martina Rizzoli, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).


Testi più citati.

West C., Zimmerman D.H. (1987), Doing Gender, in «Gender and Society», vol. 1, n. 2, pp. 125–151. Il genere come pratica sociale interazionale quotidiana, non come attributo biologico: il testo fondativo che permette di leggere la palestra come spazio in cui il genere viene costantemente fatto e negoziato.

Channon A., Phipps C. (2017), Pink Gloves Still Give Black Eyes: Exploring “Alternative” Femininity in Women’s Combat Sports, in «Martial Arts Studies», n. 3, pp. 24–37. Il concetto di femminilità alternativa negli sport da combattimento: come alcune atlete coniugano competenza fisica e identità femminile in modo sovversivo rispetto alle norme di genere tradizionali.

Velija P., Mierzwinski M., Fortune L. (2013), “It Made Me Feel Powerful”: Women’s Gendered Embodiment and Physical Empowerment in the Martial Arts, in «Leisure Studies», vol. 32, n. 5, pp. 524–541. Come la pratica delle arti marziali trasforma il rapporto delle donne con il proprio corpo e la percezione di sé nello spazio pubblico — il fondamento empirico confermato dai dati di Bologna.

Turelli F., Kirk D. (2026), Fight!? Empowering Women through Martial Arts and Combat Sports, in «Martial Arts Studies», n. 19, pp. 68–78. I MACS come spazi di trasformazione situata il cui valore varia in funzione delle strutture di potere e delle condizioni storiche: la cornice interpretativa che unisce Gaza e Bologna nella stessa domanda sul genere.