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Donne in politica e algoritmo: quando il codice non sa cosa farsene delle tue arrabbiature
Il caso di Silvia Panini tra siliconizzazione, tassa estetica e resistenza femminista
Donne in politica e algoritmo: un rapporto complicato
C’è una frase che Silvia Panini, scienziata politica e attivista, ha detto durante la campagna elettorale per le europee 2024 che vale più di qualsiasi statistica: “Potevo anche avere i capelli fuori posto, ma il concetto di ‘non curatissima’ richiedeva comunque un investimento di tempo superiore rispetto a quello del mio collega maschio, a cui bastava alzarsi dal letto, pettinarsi e uscire. Io, come minimo, dovevo mettere un filo di mascara, un po’ di crema sul viso e dare una sistemata ai capelli.” Questa è la tassa estetica: invisibile, non dichiarata, pagata ogni giorno da chi fa politica mentre è donna. Ma cosa succede quando questa tassa viene amplificata dall’algoritmo? Quando la macchina — che si nutre di dati creati da esseri umani impregnati di pregiudizi — non riesce a rappresentare la rabbia politica di una donna e la trasforma in un sorriso rassicurante?
Queste sono le domande che mettono in luce il rapporto tra donne in politica e algoritmo: un rapporto fatto di distorsioni, silenziamenti e resistenze. Lo esploriamo attraverso una ricerca originale condotta all’Università di Bologna sul caso di Silvia Panini, candidata alle europee 2024.
La politica è diventata software
Per capire cosa succede alle donne in politica, bisogna prima capire dove si trovano. Non semplicemente su Instagram o Facebook: in quello che il teorico Benjamin Bratton chiama lo Stack, un sistema stratificato di codici e interfacce che agisce come un vero sistema operativo della democrazia contemporanea. La studiosa Marzia Vaccari riprende da Éric Sadin il concetto di siliconizzazione del mondo: la colonizzazione dello spazio pubblico da parte di logiche tecnoliberiste in cui “anonimi e inaccessibili algoritmi gestiscono il mercato, le produzioni culturali e instaurano nuove gerarchie di potere”. In questo ambiente, la politica non è più solo un dibattito di idee: diventa un prodotto da ottimizzare per il feed, soggetto alle medesime leggi del rendimento, della velocità e dello spettacolo. Maurizio Cacciotto chiama questa trasformazione Fast Politics: la velocità come unica moneta di scambio, i micro-messaggi al posto del discorso politico, la figura politica ridotta a brand. Per una donna, questo brand deve negoziare continuamente tra calore umano e competenza. Per un uomo, è quasi sempre sufficiente trasmettere forza e leadership.
Il double bind (doppio laccio): donne in politica e algoritmo come trappola a due uscite
La politologa Kathleen Jamieson ha un nome preciso per questa trappola: double bind. Se una donna comunica con determinazione, viene percepita come inappropriata perché esce dagli stereotipi del suo genere. Se adotta un approccio più femminile, perde credibilità professionale. Come sintetizza la ricercatrice Marinella Belluati: “se troppo femminili perdono di credibilità, se troppo maschili risultano inadatte e poco attendibili”.
Questo doppio vincolo non è solo sociale: è codificato nelle macchine. I modelli linguistici su cui si fondano gli algoritmi di ricerca e generazione di contenuti sono stati addestrati su corpora che riflettono la cultura patriarcale. Le semantiche della leadership vengono sistematicamente associate a tratti mascolinizzati. Poi c’è anche un effetto più sottile: l’Effetto Matilda. Così la storia della scienza chiama il mancato riconoscimento sistematico del contributo femminile, con attribuzione del merito ai colleghi maschi. In politica si manifesta quando le donne vengono chiamate per nome invece che per titolo, escluse dal novero delle esperte su temi “forti” come economia o geopolitica.
Silvia Panini ha scelto di occupare proprio quel territorio: ha studiato il finanziamento ai partiti, le questioni economiche, i temi su cui le donne sono strutturalmente sottorappresentate. “Chi ha il privilegio di poterlo fare dovrebbe impegnarsi e dedicarsi a quegli ambiti che solitamente non vengono coperti dal genere femminile”, ha dichiarato. Un’occupazione deliberata del territorio come atto politico.
Il 50% di messaggi che non parlano di politica
Il dato empirico più illuminante — e più brutale — riguarda i messaggi privati ricevuti durante la campagna. Alle europee 2024, Silvia Panini ha ottenuto il doppio delle preferenze rispetto al collega Marcello Saltarelli. Ma i messaggi ricevuti sui social erano divisi quasi perfettamente a metà: 50% su tematiche politiche, 50% di catcalling digitale. “Ciao vuoi uscire con me? Ciao sei single? Ciao bella come stai?”, spesso accompagnati da foto di fiori. I messaggi ricevuti da Marcello erano quasi esclusivamente sul merito del programma.
Questo è l’algoritmo al lavoro sul rapporto tra donne in politica e algoritmo: il contenuto politico prodotto da una donna viene sempre filtrato attraverso la lente del suo genere, mentre quello di un uomo viene valutato per se stesso. Facebook si è rivelato il terreno più ostile: l’algoritmo premia i contenuti che generano rabbia e divisione, oscurando il contenuto professionale pacato. “Semplicemente per darmi della puttana”, dice Panini parlando di come il genere venisse usato come insulto diretto sui social. Non eccezione: regola.
Quattro prompt, quattro specchi deformanti
La parte più originale della ricerca è l’audit algoritmico: un esperimento su Canva AI per misurare lo scarto tra l’identità reale di Silvia Panini e la sua proiezione digitale. Quattro prompt, quattro immagini generate dall’AI, quattro prove di come la macchina non sappia processare la complessità femminile.
Primo prompt — “crea un’immagine di una giovane scienziata politica italiana che si occupa di diritti umani”: risultato, una figura in un ufficio importante, ingioiellata, dall’aria istituzionale. Un bias di classe che cancella l’attivismo di strada e la fatica concreta.
“In questa foto io vedo una questione di ‘classe’: questa persona sembra rappresentare una politica molto istituzionale e lontana dalla persona ‘comune’ come me ora: stanca, spettinata e meno ingioiellata.” — Silvia Panini
Secondo prompt — “crea un’immagine di attivismo”: la rabbia politica viene ridotta a un’eroina solitaria dai capelli perfetti al vento. La macchina non sa rappresentare la collettività, il sudore, la complessità. Sa solo produrre il femminile accettabile per il mercato.
Terzo e quarto prompt — inserendo l’URL del sito e la biografia completa, l’AI genera un collasso dei contesti. La complessità dei temi trattati — diritti riproduttivi, salute mentale, giustizia sociale — sparisce. Silvia diventa una figura con sorriso rassicurante davanti a uno sfondo verde, le sembianze di un’attrice di una pubblicità bancaria.
La conclusione è netta: la determinazione di una donna non è un dato processabile per l’algoritmo. Viene sistematicamente normalizzata.
Quando google ti congela nel passato
C’è un altro fronte insidioso nel rapporto tra donne in politica e algoritmo: la memoria. L’analisi della SERP di Google ha restituito quello che i ricercatori chiamano un “gelo algoritmico”: Silvia Panini appare cristallizzata nell’identità che aveva durante la campagna elettorale, indipendentemente dall’evoluzione della sua biografia professionale. Un’etichetta che lei non usa più la segue ovunque. Il suo diritto all’oblio, alla trasformazione, al divenire qualcosa di diverso non è processabile dall’algoritmo. Nel confronto con i profili maschili istituzionali correlati — caratterizzati da iconografie austere e autorevoli — lei appare come l’unica figura con una forte derivazione social, solare e giovanile. Questo è il bias dell’autorità femminile: per essere accettata dal sistema, una donna deve sempre passare attraverso un filtro di accettabilità estetica. L’uomo autorevole può essere grigio e austero. La donna autorevole deve anche piacere.
La “faccia normale” come atto politico
Ma la storia non finisce nell’oppressione algoritmica. La resistenza di Silvia Panini è concreta, documentata, replicabile. Durante la campagna, la pressione di performare lo stereotipo della giovane donna sorridente era diventata un peso fisico e mentale. Alla terza settimana, le occhiaie erano tali da non riconoscersi allo specchio.
“Facendo video-selfie molto ravvicinati, nello stile tipico dei reel e di TikTok, l’impatto visivo era forte. Alla terza settimana di campagna elettorale, avevo delle occhiaie tali da non riconoscermi allo specchio. Quella pressione l’ho avvertita tutta.” — Silvia Panini
Il giorno dell’annuncio dei risultati ha pubblicato una foto completamente struccata. “Finalmente la mia faccia normale”, ha pensato con sollievo. Quella foto è un sabotaggio visivo: un atto di ribellione che contraddice l’immagine levigata e codificata dall’AI. La stanchezza, le imperfezioni, la realtà del corpo dopo settimane di campagna: tutto ciò che la macchina elimina come disturbo, lei lo esibisce come verità politica.
Un altro gesto: il Pride di Bologna 2024, due cerotti a coprire i capezzoli, un cartello che chiedeva “Perché i miei no?”. Il corpo come manifesto. La rabbia che l’AI aveva trasformato in capelli perfetti al vento, qui diventa presenza disturbante, collettiva, reale.
E poi la resistenza linguistica: l’uso sistematico del femminile sovraesteso. Nominare al femminile le qualifiche professionali — una scelta politica precisa che forza l’algoritmo a riconoscere una presenza storicamente invisibilizzata.
Il rallentamento come insurrezione
La forma di resistenza più radicale nel rapporto tra donne in politica e algoritmo è forse la più difficile da comunicare nell’era della Fast Politics: il rallentamento consapevole.
Silvia Panini non si è ritirata dall’utilizzo della tecnologia. Ha smesso di essere un contenuto dell’algoritmo per tornare a essere una professionista che lo usa come strumento. Ha abbandonato le riunioni per strategie comunicative per tornare a “mettere le mani in pasta”: raccolta beni per missioni umanitarie, cura delle reti territoriali, relazioni concrete.
“La politica è quella che poi impatta le nostre vite nel concreto e nel quotidiano, non può limitarsi a una sintesi generata da un algoritmo.” — Silvia Panini
Conclusione: l’algoritmo è patriarcale. e adesso?
Il rapporto tra donne in politica e algoritmo rivela una verità scomoda: l’intelligenza artificiale non è uno specchio neutro. È un’architettura di normalizzazione che riflette e amplifica i pregiudizi del sistema che l’ha prodotta.
La combattività di un’attivista viene ricondotta a un’immagine rassicurante. La determinazione di una professionista viene letta come disponibilità estetica. La complessità di un’identità politica viene ridotta a un prodotto accettabile per il mercato digitale. E nel frattempo, chi fa politica mentre è donna continua a pagare la tassa: di tempo, di energia, di compromessi estetici, di messaggi privati che parlano di fiori invece che di programmi. Una tassa invisibile che nessun algoritmo conterà mai nelle sue metriche di successo.
La domanda aperta vale per tutte e tutti: è possibile una politica collettiva capace di abitare le Megastrutture senza diventarne un ingranaggio? Una politica che riporti la stanchezza reale, la “faccia normale”, al centro dell’azione democratica? Non lo sappiamo ancora. Ma sapere che qualcuna se lo sta chiedendo — con rigore, con dati, con interviste sul campo e audit algoritmici — è già una forma di risposta.
Articolo tratto dal saggio “Oltre l’algoritmo: l’identità politica e digitale di Silvia Panini, tra siliconizzazione e resistenza di genere” di Marta Ferrato, studentessa del corso di Comunicazione e Genere (a.a. 2025/26). Il corso, attivo dall’anno accademico 2016/17, è tenuto dalle docenti Saveria Capecchi e Marzia Vaccari (Dipartimento di scienze politiche e sociali – Università di Bologna).
Testi più citati
Vaccari, M. (2023). Appunti di femminismo digitale #2: Algoritmi. Il testo fondante: introduce siliconizzazione, Megastruttura e Foro mancato come strumenti critici per leggere la tecnologia come infrastruttura patriarcale.
Capecchi, S. (2018). La Comunicazione di genere. Carocci. Il riferimento italiano per leggere stereotipi, doppia presenza e femvertising nell’ecosistema mediatico contemporaneo.
Farci, M. & Scarcelli, C.M. (a cura di). (2022). Media digitali, genere e sessualità. Mondadori Università. La spina dorsale interdisciplinare della ricerca: tecnoculture maschili, cyberfemminismo, Comunicazione politica e violenza di genere online.
Cacciotto, M. (2019). Il marketing politico. Il Mulino. Per capire Fast Politics e brand politico, e perché sono strutturalmente asimmetrici per genere.
Butler, J. (2013). Questione di genere. Laterza. Il fondamento teorico su doing e undoing gender: il genere come performance che può essere contestata e decostruita.
