Superare l’analfabetismo funzionale: verso un linguaggio ‘ampio’ anche per contrastare la violenza online.

Lezione corso ‘Comunicazione e genere‘ – Unibo a.a. 2023/2024; secondo di due articoli vai al primo.

Riepilogo

Il testo esplora la relazione tra analfabetismo funzionale e violenza online in Italia. L’analisi parte dal dibattito sulla schwa, simbolo fonetico proposto per un linguaggio più inclusivo (ampio) ma ancora controverso, per poi approfondire il tema dell’analfabetismo funzionale. Questo fenomeno, che colpisce una parte significativa della popolazione italiana, compromette la capacità di comprendere testi complessi e interagire efficacemente con le informazioni. Particolarmente diffuso tra le donne e tra gli adolescenti, può rendere entrambi più vulnerabili alla violenza online. A complicare il quadro si aggiunge l’uso di anglicismi e neologismi nel dibattito su questo fenomeno che può creare una significativa barriera linguistica e ostacolare la comprensione dei problemi. Infine, per affrontare le sfide poste dal mondo digitale e contrastare la violenza online, il testo sottolinea l’importanza di promuovere un’alfabetizzazione digitale che includa anche la conoscenza delle intelligenze artificiali.

Indice
La schwa(ə) .
Abilità cognitive.
Analfabetismo funzionale, violenza online, calco semantico distorto delle parole.
Distorsioni comunicative: due casi.
Troppi neologismi? pigrizia o un complesso di inferiorità di tipo linguistico.
Conclusioni

(tempo di lettura 20 minuti)

La schwa (ə)

La schwa (ə) è un suono neutro che può essere utilizzato per indicare una terza via rispetto al maschile e al femminile, rendendo il linguaggio più inclusivo nei confronti delle persone non binarie o di genere fluido. In pratica, si sostituisce la vocale finale dei nomi e degli aggettivi con lo schwa per indicare una forma neutra. Rappresenta un’evoluzione di altri segni precedentemente impiegati per segnalare il genere neutro, come l’asterisco. Questo simbolo, preso in prestito dall’alfabeto fonetico internazionale, è stato proposto per la prima volta da Vera Gheno come una soluzione per ampliare il linguaggio. Soprattutto nei pronomi plurali si utilizza il carattere ɜ per evitare l’uso del maschile generico. Esempio: invece di ‘Tutti gli studenti devono portare i loro libri.’ con lo schwa: ‘Tutti gli studentɜ devono portare i lorɜ libri.’
Tuttavia, la sua introduzione ha sollevato diverse questioni e l’accettazione della schwa da parte dei parlanti italiani non è ancora completa. Innanzitutto, la sua pronuncia può variare e non è ancora del tutto standardizzata. Poiché la pronuncia gioca un ruolo fondamentale nella comprensione del testo, l’uso della schwa potrebbe creare difficoltà per i non vedentɜ e gli ipovedentɜ. Se a prima vista il suo uso nello scritto può sembrare chiaro, non l’ho è quando lo si legge in un testo.

La casa editrice FQ ha pubblicato il libro di Vera Gheno, Femminili singolari +, Il femminismo è nelle parole, dove viene applicato in modo consistente l’uso della schwa, seguendo le regole di Alma Sabatini. Tuttavia, questa scelta ha sollevato diverse critiche, soprattutto da parte dei linguisti accademici. Per questi, la morfologia della lingua italiana è già di per sé inclusiva, in quanto obbliga sempre a specificare il genere (maschile o femminile), a differenza dell’inglese che possiede un genere neutro.
Nelle traduzioni dall’inglese all’italiano, le IA tendono a optare per il maschile. Certamente il fenomeno è dovuto al fatto che l’inglese è una lingua a soggetto obbligatorio ma la traduzione al maschile della macchina del pronome I ci pone di fronte ad una interpretazione di tipo algoritmico che sulla fedeltà traduttiva, non potendo essere corretta, genera disturbi a non finire.
In un articolo su Micromega, Cecilia Robustelli, nascondendosi dietro la scusa che rappresentano solo l’1% della popolazione, insieme a molti altri sottovaluta l’importanza di estendere le persone intersessuali – più in generale le persone LGBTQIA+ – nel linguaggio comune. Tuttavia, questo ragionamento è fuorviante.

Il 9% della popolazione italiana si dichiara LGBTQIA+, oltre cinque milioni di persone!
Quando utilizziamo i big data per le AI è una minoranza, che se non viene rappresentata, è cancellata. Alimentando ldiscriminazione e influenzando comportamenti sociali oppressivi.

Vera Gheno, invece, sottolinea l’importanza di trovare soluzioni linguistiche inclusive, come l’uso della schwa. Anche se ammette che questo strumento presenta delle complessità, lo considera un manifesto politico a favore di una giustizia linguistica che non può essere ignorata. Per promuovere una società più equa e giusta nei nostri discorsi è importante riferirsi a tutti. E, come dice Vera Gheno, usare un “linguaggio ampio” perchè da forma al pensiero. Il termine “inclusivo” può creare una dicotomia tra un “noi” (quelli che includono) e un “loro” (quelli che vengono inclusi). Il termine “ampio”, invece, sottolinea l’appartenenza di tutti a una comunità linguistica in continua evoluzione.

Per promuovere una società più equa e giusta, nei nostri discorsi, è importante rifersi a tutti. Usare un “linguaggio ampio” , come dice Vera Gheno, perchè da forma al pensiero. Il termine “inclusivo” può creare una dicotomia tra un “noi” (quelli che includono) e un “loro” (quelli che vengono inclusi). Il termine “ampio”, invece, sottolinea l’appartenenza di tutti a una comunità linguistica in continua evoluzione.

Il discorso sull’equità della giustizia dovrebbe tener conto anche di un altro aspetto: la cultura in cui siamo immersi. Negli ultimi anni, siamo stati esposti a una cultura che promuove fortemente l’individualismo, mettendo in secondo piano le relazioni sociali, le comunità e i legami amicali. Questa esaltazione dell’identità individuale ci invita a una sorta di isolamento, allontanandoci dalle mediazioni che ci collegano al mondo. Forse, in futuro, assisteremo a un cambiamento di questa tendenza, ma al momento anche per la pervasività dei social network questa è la cifra delle relazioni sociali. L’individualismo può essere utile durante fasi della vita come l’adolescenza, quando costruiamo la nostra identità e stabilizziamo le nostre connessioni neurali. Tuttavia, un eccessivo individualismo può diventare problematico, soprattutto in ambito educativo. Le nuove generazioni, in particolare, sono sempre più influenzate dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale, che mediano la loro relazione con il mondo. Questo fenomeno ha ridotto l’importanza di istituzioni tradizionali come la scuola e la carta stampata, che un tempo svolgevano un ruolo centrale nella formazione dei giovani.

Abilità cognitive.

Torniamo a parlare della cosiddetta ‘scatola nera’. Le intelligenze artificiali, addestrate su vasti corpus di testi tratti da Internet, funzionano spesso come misteriose scatole nere. Quando interroghiamo un motore di ricerca o interagiamo con un chatbot, siamo coinvolti in una negoziazione continua di significati. Le nostre richieste influenzano le risposte, ma allo stesso tempo siamo influenzati dalle logiche interne di questi sistemi. Questa interazione complessa, dove l’essere umano e la macchina si influenzano a vicenda, pone in primo piano la nostra capacità di comprendere e interpretare i risultati ottenuti. Con l’aumento dell’individualismo e l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, la mediazione umana sta diventando sempre meno presente, in questo nuovo scenario è cruciale sviluppare le abilità cognitive per affrontare con consapevolezza le trasformazioni epocali introdotte dalle AI.

È noto che il divario digitale amplifica le disuguaglianze esistenti, limitando le opportunità di accesso all’informazione, all’educazione e al lavoro. Le persone escluse dal mondo digitale rischiano di essere marginalizzate e di perdere importanti occasioni di partecipazione sociale. Sono le barriere, gli ostacoli che ci separano dalle macchine. Oltre alle discriminazioni sociali che già conosciamo, come quelle di genere, classe o etnia, il mondo digitale introduce una nuova sfida: quella delle disparità nelle abilità cognitive. È una barriera meno evidente, ma potenzialmente molto pericolosa perchè particolarmente insidiosa. Si tratta di quello che l’OCSE definisce ‘analfabetismo funzionale’.

Un tempo, l’analfabetismo si riferiva semplicemente all’incapacità di leggere e scrivere. Oggi, invece, implica anche la difficoltà a comprendere testi complessi, a esprimere le proprie opinioni in modo chiaro e a interagire efficacemente con le informazioni. È importante sottolineare che un analfabeta funzionale può essere molto abile nell’uso dei social media, come Facebook, Telegram o WhatsApp, ma potrebbe avere difficoltà a comprendere un articolo di giornale, a partecipare a una discussione complessa o a valutare criticamente le informazioni che trova online. Numerosi studi condotti negli ultimi dieci anni hanno evidenziato come l’Italia sia purtroppo uno dei paesi europei con il tasso più alto di analfabetismo funzionale.

I dati evidenziano una diffusione particolarmente elevata tra il genere femminile e maschile e fra due fasce d’età: gli over 50 e gli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, in particolare tra le donne. Quest’ultime, infatti, sono spesso costrette a conciliare gli studi o il lavoro con le incombenze domestiche, che sottraggono tempo prezioso allo studio e alla formazione. Sebbene le statistiche italiane non sempre evidenzino in modo esplicito il divario di genere, è noto che a livello globale le donne sono maggiormente soggette all’analfabetismo funzionale, circa due terzi delle donne nel mondo sono infatti colpite da questo fenomeno.

Oltre alle discriminazioni sociali che già conosciamo, come quelle di genere, classe o etnia, il mondo digitale introduce una nuova sfida: quella delle le disparità nelle abilità cognitive. È una barriera meno evidente, ma potenzialmente molto pericolosa perchè particolarmente insidiosa.

L’analfabetismo funzionale rappresenta una seria minaccia alla partecipazione democratica. Chi è incapace di comprendere a fondo testi complessi o di valutare criticamente le informazioni, ha difficoltà a esprimere la propria opinione in modo consapevole. Nonostante l’avvento dell’era digitale, molte persone rimangono escluse da una partecipazione attiva alla vita pubblica, a causa di una carente alfabetizzazione di base. Aggrava ulteriormente la situazione l’analfabetismo di ritorno, così definito dall’UNESCO, ed indica la perdita parziale o totale delle competenze di lettura, scrittura e calcolo in età adulta, spesso a causa di un disuso prolungato di queste abilità. L’analfabetismo di ritorno colpisce molti ultracinquantenni che, pur avendo studiato in passato, hanno perso competenze base come la capacità di eseguire calcoli semplici o comprendere testi quotidiani. Un esempio concreto è la difficoltà nel compilare un modulo assicurativo dopo un incidente stradale.

Per una comprensione più completa, è fondamentale fare riferimento a Tullio De Mauro, uno dei massimi esperti italiani di linguistica e uno dei primi a porre l’accento sul problema dell’entità dell’analfabetismo funzionale. Scomparso nel 2017, la sua eredità intellettuale rimane fondamentale. De Mauro definiva l’analfabeta funzionale come una persona incapace di analizzare in profondità eventi complessi, come crisi economiche, politiche internazionali o questioni lavorative. Chi soffre di analfabetismo funzionale, infatti, si ferma a una comprensione superficiale dei fenomeni.

Partiva da un’osservazione semplice ma efficace: il termine “compitare” descrive perfettamente la difficoltà di chi legge a stento. De Mauro elaborò poi un modello a più livelli(1) per classificare le competenze linguistiche degli italiani. Al secondo livello troviamo gli analfabeti funzionali, ovvero coloro che hanno difficoltà a leggere e a comprendere testi semplici, così come a effettuare semplici calcoli. Secondo le sue stime, circa il 33% della popolazione italiana rientra in questa categoria. A questi si aggiunge un altro 33% che si trova in una situazione di precarietà, con competenze linguistiche appena sufficienti per affrontare le attività quotidiane. Sommando a questi due gruppi, il 5% di analfabetismo strumentale si arriva a un dato allarmante: il 70% della popolazione italiana potrebbe presentare difficoltà significative nella comprensione e nell’uso della lingua scritta.

I restanti livelli descrivono coloro che si avvicinano gradualmente a un livello ottimale di competenza linguistica, caratterizzato dalla capacità di leggere, comprendere, produrre testi, ragionare criticamente e formarsi un’opinione autonoma. Stiamo parlando di un gap di competenze estremamente preoccupante. Purtroppo, il problema sembra suscitare scarso interesse presso il grande pubblico e, nonostante alcuni sporadici articoli di giornale, l’allarme lanciato da Tullio De Mauro sembra non aver destato l’attenzione necessaria. Eppure, le conseguenze di questo analfabetismo funzionale sono gravissime: mettono a rischio la democrazia stessa.
Per noi femministe rappresentano una minaccia concreta, poiché limitano la nostra capacità di denunciare e contrastare la violenza di genere. Spesso, la violenza domestica viene banalizzata e minimizzata, presentata come un semplice “scherzo” o come un comportamento accettabile sui social media. Questa tendenza è in gran parte dovuta a una carente comprensione del problema e a una difficoltà nel parlarne in modo chiaro e consapevole. È per questo che ritengo fondamentale collegare il tema dell’analfabetismo funzionale a quello della violenza di genere. Entrambe sono questioni complesse che richiedono anche una comprensione e un linguaggio ben preciso.

Analfabetismo funzionale, violenza online, calco semantico distorto delle parole.

Il video del canale Venti – Avere vent’anni è difficile. –  del 2020, denuncia efficacemente l’indifferenza e la difficoltà nel riconoscere la violenza del revenge porn a partire dal suicidio di Tiziana Cantone. Gli autorɜ hanno dimostrato un’ottima capacità comunicativa, riuscendo a chiarire un tema complesso. Collegandomi a queste problematiche torniamo a un punto fondamentale: molte delle parole che utilizziamo per descrivere forme di violenza online non sono italiane.

L’inglese è diventato la lingua di riferimento per descrivere le sfide poste dalla violenza online, semplicemente perché è la lingua dominante nel mondo digitale e perché i paesi anglosassoni sono stati i primi a confrontarsi con questi problemi. Il mondo digitale evolve a un ritmo molto rapido, e spesso nuove forme di violenza emergono prima che sia possibile trovare termini equivalenti in altre lingue. Purtroppo la combinazione tra anglicismi nella descrizione della violenza digitale e le diffuse difficoltà di comprensione testuale, per i parlanti l’italiano, costituiscono un’ulteriore ostacolo nel contrasto a questo fenomeno, una sfida sociale che merita costante attenzione. È necessario guardare al fenomeno che la linguistica definisce calco semantico delle parole e collegare l’analfabetismo con un calco semantico distorto. I comportamenti illegali e dannosi sulle piattaforme digitali vengono comunemente descritti attraverso anglicismi come ‘revenge porn’ (diffusione non consensuale di materiale intimo), ‘stalking’ (persecuzione), ‘doxing’ (divulgazione di dati personali) e ‘cyber harassment’ (molestie online). Questo vocabolario tecnico, che include oltre una dozzina di termini inglesi, può creare una significativa barriera alla comprensione del fenomeno.

Dovremmo approfondire la terminologia, per comprendere appieno la gravità di questi fenomeni, compresa la traduzione in italiano. Ad esempio REVENGE: il termine «vendetta» indica un’azione svolta per pareggiare un danno ricevuto. PORN: il termine «porno» lascia intendere una condanna morale della sessualità. Entrambi questi termini allontanano l’attenzione dal danno subito dalla vittima, e rischiano di legittimare o in qualche modo giustificare l’azione commessa dall’aggressore.

Chi sostiene di voler discutere questi temi con un pubblico italiano potrebbe pensare di tradurre ogni termine. Tuttavia, la realtà è ben diversa. Nell’era dei media digitali, dove le informazioni viaggiano a una velocità vertiginosa, spesso ci troviamo di fronte a contenuti in lingua inglese, senza alcuna mediazione. Siamo solɜ e isolatɜ in una conversazione a cui non possiamo partecipare appieno, perché non ne comprendiamo il linguaggio. Questa situazione rende difficile per molti di noi comprendere la gravità e la complessità dei fenomeni della violenza online, lasciandoci espostɜ e vulnerabilɜ.

Distorsioni comunicative: due casi.

Oltre all’uso frequente di anglicismi, si assiste spesso anche ad un abuso di acronimi, con conseguenti distorsioni comunicative. Analizziamo due casi specifici.
Il primo riguarda un documento del 2017 dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. L’obiettivo del documento è sensibilizzare l’opinione pubblica su un fenomeno in preoccupante aumento, soprattutto durante la pandemia di COVID-19. Il testo introduce l’acronimo “VAWG”, che sta per “Violence Against Women and Girls” (Violenza contro le donne e le ragazze). Nonostante l’importanza di questo fenomeno, l’acronimo viene utilizzato ben 25 volte nelle 11 pagine del documento, senza che venga sempre esplicitato il significato, rendendo la lettura meno accessibile per chi non è a conoscenza di questa sigla.

Il secondo caso riguarda l’analisi del sito “donneconloscudo.com/“, un’ottima risorsa dal punto di vista dei contenuti e della presentazione web. Tuttavia l’uso eccessivo di anglicismi va a discapito della chiarezza e dell’accessibilità per un’ampio pubblico. Il sito di questo studio legale, specializzato nel contrasto alla violenza online, offre una panoramica esaustiva del fenomeno, suddivisa in schede informative anche di consigli pratici. La molestia sessuale attuata attraverso dispositivi tecnologici, una forma di violenza particolarmente invasiva e subdola, viene descritta come stalkerware, tradotto letteralmente come “software dello stalker”.
ragazza con riflesso di uno schermo che viola le credenziali - tratta da Rai Scuola

Lo stalker, tradizionalmente associato a un ex partner che perseguita fisicamente la vittima, oggi può agire in modo più nascosto, installando software spia sui dispositivi della vittima senza il suo consenso. In questo modo, il persecutore può monitorare ogni attività della vittima, dalle chiamate ai messaggi, dalle posizioni GPS alle fotografie.

Le vittime di questo tipo di violenza spesso non sanno come identificare e denunciare questi comportamenti. I termini tecnici, come “stalkerware”, sono poco conosciuti ed è difficile trovare con i motori di ricerca i medesimi contenuti tramite “molestie digitali”. Questo rende ancora più difficile per le vittime trovare le informazioni e l’assistenza di cui hanno bisogno. Siti come ‘Donne con lo scudo’  svolgono un ruolo fondamentale nel sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema e nel fornire strumenti utili alle vittime. Ad esempio un eccessivo consumo della batteria è fra gli indicatori che possono segnalare la presenza di un’applicazione spia.Stalkerware

Troppi neologismi? pigrizia o un complesso di inferiorità di tipo linguistico.

L’uso crescente di neologismi, ovvero parole di recente formazione, è evidente anche in ambito linguistico. Sembra che manchino ancora equivalenti italiani precisi per definire alcuni comportamenti sessisti, come quelli indicati da espressioni inglesi ormai diffuse. Questa lacuna linguistica pone l’accento sull’importanza di arricchire il nostro vocabolario per descrivere in modo più accurato e completo le dinamiche sociali. Tuttavia, è necessario fare di più per rendere queste informazioni accessibili a tutti, utilizzando un linguaggio chiaro e comprensibile e promuovendo l’uso di termini più comuni e intuitivi.

La soluzione non è rifiutare a priori l’inglese o promuovere un’autarchia linguistica. Vera Gheno sostiene giustamente che l’uso eccessivo di anglicismi, e i relativi neologismi, non è sempre necessario e che molte idee possono essere espresse in modo chiaro ed efficace utilizzando l’italiano. Invece di demonizzare l’inglese, propone un approccio più equilibrato, incentrato sulla conoscenza approfondita di entrambe le lingue. Come già sosteneva Tullio De Mauro, Vera Gheno ci ricorda che imparare più lingue non è solo utile, ma arricchisce le nostre capacità cognitive in modo significativo.
Nell’uso dell’inglese, Vera Gheno suggerisce di seguire quattro criteri fondamentali:
1-Comprendere il significato: Sei sicuro di conoscere il significato preciso del termine inglese che stai utilizzando?
2-Pronuncia corretta: Sai pronunciarlo correttamente?
3-Scrittura corretta: Sai scriverlo correttamente?
4-Comprensione dell’interlocutore: Sei certo che il tuo interlocutore comprenda il termine che stai utilizzando?
Se anche solo uno di questi criteri non è soddisfatto, l’uso del termine inglese potrebbe risultare inappropriato, rivelando una scarsa padronanza della lingua o una mancanza di rispetto nei confronti dell’interlocutore.

Tornando a ‘Donne con lo scudo’, il sito soddisfa i primi tre criteri ma è estremamente problematico rispetto al 4^ . Il sito sembra essere pensato principalmente per un pubblico di professionistɜ legali e per chi è già consapevole di essere vittima di un determinato comportamento malevolo, escludendo di fatto una fetta più ampia della popolazione.

Conclusioni.

Considerando che in Italia abbiamo un’elevata percentuale di analfabetismo funzionale, che coinvolge quasi il 70% della popolazione come possiamo pensare di affrontare il problema della violenza online? E se consideriamo che le donne sono maggiormente colpite da questo fenomeno, la situazione diventa ancora più preoccupante. Rappresentano circa il 51% della popolazione mondiale e se non hanno le competenze necessarie come possono difendersi dalla violenza online ? È fondamentale promuovere un’alfabetizzazione digitale che includa anche la conoscenza delle intelligenze artificiali, spesso viste come una “scatola nera”. È incoraggiante che l’Unione Europea abbia approvato il DSA, un regolamento che mira a rendere più trasparenti le attività delle grandi piattaforme online. Tuttavia, è necessario fare di più: è fondamentale promuovere l’alfabetizzazione digitale fin dai primi anni di scuola. In questo senso e, in particolare, per contrastare la violenza online, espert϶ di comunicazione possono svolgere un ruolo chiave nel diffondere le conoscenze necessarie per affrontare le sfide poste dal mondo digitale .

(1) Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita – Storia linguistica dell’Italia Repubblicana, Laterza 2017, rif. pag 441.

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Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, Laterza 2010, pagg. 276, euro 12.