Un robot funziona se c’è il soft, se ci sono i big data. Però oggi la robotica ha anche una concretezza e una manifestazione fisica enorme sulla quale non ci soffermiamo a sufficienza.

Siamo nell’epoca della robotica industriale, nel settore della meccanica e nel manifatturiero sono molte le aziende che usano da decenni la robotica e tutta la linea produttiva è stata automatizzata. Le società che avevano già queste piattaforme in essere si sono trovate molto avvantaggiate durante la pandemia oltre a impedire le innumerevoli “morti” sul lavoro degli umani.

Anche la medicina chirurgica è stata trasformata dall’automazione e dall’impiego della robotica di precisione. Il chirurgo pilota attraverso dei visori che permettono a robot di agire per suo conto. Ma è nel campo della simulazione chirurgica a computer, ampiamente utilizzata per la formazione dei nuovi chirurghi, che i dataset potrebbero incorrere in un pericoloso bias discriminatorio. Se è vero che l’IA vengono addestrate sui dati del passato, potrebbero rivelarsi estremamente pericolose se i corpora delle immagini anatomiche derivassero dalle tavole impiegate dalla tradizione medica occidentale occupata in modo pervasivo da un “one sex-model”, in cui l’anatomia femminile è la semplice inversione del maschile. Solo di recente il modello (maschile/paradigma; femminile/ devianza) è oggetto di pesanti critiche e revisione come quella promossa da Odile Fillod. Di recente (2017) ha realizzato un preciso modello di clitoride avendo scoperto che non era mai stata rappresentata in modo corretto nei libri di testo disponibili nelle scuole. Ci auguriamo che ora costituisca uno dei tanti dataset delle AI.

Si stima che attualmente siano già in vita 4.000 unità robotiche che hanno un tempo di vita medio di 12 anni e si prevede un aumento esponenziale. Entro il 2025, soprattutto nel mondo occidentale e in quello asiatico, saranno acquistati 42 milioni di robot per uso domestico e personale. Definiti robot antropomorfi cioè con sembianze umane sono la punta avanzata di un’industria agli esordi le cui aziende cercano investitori e finanziatori per le loro start up. Facendo delle ricerche in Rete possiamo classificare le immagini che ci vengono proposte dalle aziende che li producono e che sono mostrati in giro per il mondo allo scopo di ottenere dei finanziamenti. La più grande concentrazione di realizzazione di questi robot ci mostra immagini di bambini, adolescenti. L’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna, un eccellenza italiana seconda al mondo dopo il Giappone nella produzione proprio di robot antropomorfi, fin dal 2017 produce il robot bambino iCub, capace di “imparare in modo simile all’uomo” ed è del 2021 Abel il robot di 12 anni che “capisce le emozioni”.

Le sembianze infantili o di un adolescente sono quelli che spaventano meno. Certamente un robot con  sembianze identiche a l’umano spaventa e Geminoid, prototipo del ”robot clone” copia perfetta del suo creatore, è inquietante. È certamente narcisistico il bisogno che muove l’enorme sforzo realizzativo di Hiroshi Ishiguro, lo scienziato giapponese che ha creato la sua copia ma fa riflettere la sua affermazione: ”I robot sono una nuova specie, non ha senso averne paura”

Le sembianze dei robot

Gli esempi mostrati in figura sono la  punta avanzata della robotica e sono utilizzati per avere finanziamenti. L’automazione e la  robotica definita in produzione, quella venduta sul mercato, invece corrono per conto proprio e riguarda addetti all’accoglienza nei grandi alberghi, all’assistenza medica e presentano soprattutto sembianze  femminili.

L’Henn na Hotel Ginza, a Tokyo, è ora gestito sia da umani che da robot (ginoidi) – ( Image: Aflo / Splash News)

E se finora l’automazione ha permesso di liberare le donne da mestieri esecutivi e ripetitivi reintroduce lo stereotipo assegnando quegli stessi mestieri a robot di genere femminile. Non solo il sessismo è rimasto nei luoghi di lavoro ma per le donne l’automazione è stata un’arma a doppio taglio perché ha portato a una grande grave disoccupazione femminile.

Da questo punto di vista analizzare la sperimentazione in atto nella produzione di robot umanoidi ha un peculiare impatto sul sistema simbolico della rappresentazione di genere. Non solo è auspicabile che nella progettazione e realizzazione di robot si tenga conto della differenza sessuale ma che si tenga in considerazione l’intera riflessione sui generi (LGBTQIA). Il genere è una questione saliente per la concezione e l’evoluzione delle future forme di intelligenza artificiale e di entità robotiche. Neutralità o genere per l’AI del futuro? E quale genere? E se fosse trans o inter-gendered? domande puramente teoriche o di filosofia dei robot? Non credo! Se  il più delle volte le sembianze sono di sesso femminile è per il perdurare dell’ordine simbolico patriarcale che riflettendosi sulle tecnologie viene non solo confermato ma trasmesso e amplificato in nome dell’innovazione.

Una delle demo di successo citata e glorificata è Sophia, robot con intelligenza artificiale integrata, il cui volto è modellato sulle fattezze di Audrey Hepburn dotata, fra l’altro, di 65 espressioni facciali che accompagnano il suo eloquio vocale funzionalmente fornito da un processore che attinge da un enorme data base di informazioni che la mettono in grado di imparare nuove risposte per le sue conversazioni. Nel 2017 ha ricevuto la cittadinanza dell’Arabia Saudita dopo una gremita conferenza di robotpresentazione. In un paese dove le donne godono di pochissimi diritti di cittadinanza, conferire tale onorificenza conferma in pieno quanto il robot umanoide Sophia sia perfettamente subalterno all’ordine patriarcale arabo. Siamo di fronte a un aspetto di genere che riguarda direttamente i corpi delle donne. In Arabia Saudita le donne vivono in una condizione di totale subalternità e a fatica possono guidare le auto. Insieme all’Egitto l’Arabia Saudita è fra i principali paesi al mondo dove vige ancora la mutilazione genitale femminile. L’uomo controlla la donna a tal punto che la tradizione delle mutilazioni è legittimata dalle stesse donne all’interno della famiglia.

  • L’OMS individua 4 tipi di mutilazioni genitali femminili:
  • I – rimozione del cappuccio o prepuzio clitorideo (la piega della pelle attorno al clitoride) con asportazione parziale o totale del clitoride stesso.
  • II – rimozione delle piccole labbra, con asportazione parziale o completa del clitoride e delle grandi labbra.
  • III – rimozione parziale o totale sia delle piccole che della grandi labbra, con cucitura della vagina lasciando solo un piccolo foro per il passaggio dell’urina e del sangue delle mestruazioni. Quest’ultima è propriamente definita infibulazione.
  • IV – altri atti vari, tra cui cauterizzazione del clitoride, taglio della vagina ed introduzione in essa di sostanze corrosive per restringerne il canale

 

La deriva del simulacro antropomorfo del robot è inquietante e interroga anche noi occidentali perché il farsi avanti dell’enorme industria delle bambole sessuali da luogo addirittura ad una nuova categoria di identità sessuale i digitsexual, quella di coloro che preferiscono fare sesso con un robot. Più del 95% per cento sono uomini e sembra che il successo derivi dall’aderenza della ginoide ad un modello di passività sessuale.bambole sessuali

Da questo punto di vista può essere utile ricordare che ridurre la donna alla passività sessuale è la principale ragione delle mutilazioni genitali – vedi box con la descrizione dell’OMS dei 4 tipi di mutilazione – e che a livello mondiale sono oltre 3 milioni le bambine a rischio di mutilazione genitale. Forse abbiamo ancora speranza di salvarle se gli uomini di quelle aree geografiche   sono così affascinati da Sophie e si rivolgono alle ginoidi? oppure siamo complici nel mantenere un simbolico che vede il maschile che controlla sessualmente il corpo delle donne? Per gli espertə le Red Doll’s non solo rafforzano l’immagine della donna come oggetto sessuale, ma riducono la capacità di empatia umana con il risultato di promuovere de facto la violenza.

Conclusioni

Per i femminismi attuali forse è tempo di guardare alla dimensione politica e culturale dell’artefatto informatico e a maggior ragione l’artefatto robotico, perchè assume aspetti estremamente problematici e i nuovi differenziali di potere, oltre che in altri ambiti, si giocano in questo, che è già ora il futuro.

Non è sufficiente promuovere l’ empowerment femminile. È  necessario un enorme lavoro di riflessione su che tipo di tecnologia digitale viene prodotta e se il sapere delle donne è in grado di produrne una differente. E non sono pochi i filosofi, gli antropologi, gli economisti che vedono nell’uso diffuso e intensivo delle tecnologie digitali il simbolo dell’antropocene, era geologica caratterizzata dal dominio incontrastato degli umani sul pianeta a discapito delle altre specie, causa di trasformazioni irreversibili nell’ecosistema planetario. Una critica al digitale della Silicon Valley, come ideologia globale oltre i suoi confini, si innesca in questo orizzonte epocale e chiama in causa le teorie critiche femministe soprattutto quelle intersezionali e post-coloniali perchè ci permettono di analizzare e smontare il dispositivo di potere che di volta in volta definisce chi domina e chi è dominato.

È difficile prendere in mano un cellulare e pensare che per farne una critica si potrebbe ricorrere al femminismo. Certamente la centralità del corpo e il materialismo tipico del pensiero femminista è fondamentale; certo dotati di luci e ombre, gli artefatti consistono di una ben precisa materialità differente da quella umana. Dovremo comprenderla perchè avremo sempre più bisogno di macchine e delle loro capacità di elaborazione per vivere nella complessità della globalizzazione. Ripercorrere la storia dell’invenzione di  un App, analizzare e smontare un artefatto come il software consente di aprire delle finestre di comprensione anche delle AI e scoprire quanto una differente collaborazione fra l’artificiale e l’umano potrà rendere reversibili i disastrosi effetti della concezione antropocentrica del mondo.

E allora un nuovo orizzonte di significato potrebbe emergere da un’etica dell’automazione robotica che si ponga l’obiettivo di contrastare lo squilibrio sempre maggiore tra ricchi e poveri, tra uomini e donne, tra chi è proprietario delle tecnologie, tra chi ha le competenze, il know how e una popolazione di emarginati ed esclusi, soprattutto di emarginate ed escluse. E solo la relazione, senza subalternità, tra intelligenze diverse, non solo femminile l’una e maschile l’altra, ma biologica l’una e non biologica l’altra che si può orientare il machine learning delle IA per un reale miglioramento della qualità della vita di tutti.

Letture consigliate

Aurélie Jean, Nel paese degli algoritmi, Neri Pozza Editore 2021.

Rita Cucchiara, L’ intelligenza non è artificiale, Mondadori, 2021.

Teresa Numerico, Big data e algoritmi. Prospettive critiche, Carocci, 2021.

O’Neil Cathy, Armi di distruzione matematica, Bompiani, 2017.  

Plant Sadie, Zero, uno, donne digitali, e tecnocultura con saggi di Simon Reynolds e Ippolita, Luiss University Press 2021.

Wendy Hui Kyong Chun, Discriminating Data Correlation, Neighborhoods, and the New Politics of Recognition, MIT Press, 2021.

Vaccari Marzia, Appunti di femminismo digitale #2 Algoritmi, Amazon editions, cartaceo e epub, 2021.

Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press 2019.